Pandoro gate, Chiara Ferragni prosciolta: “Innocente. Finito un incubo”
Chiara Ferragni è prosciolta. Dopo mesi di polemiche, accuse e riflettori puntati, il Pandoro gate si chiude in tribunale con una decisione che non lascia dubbi: niente truffa aggravata, reato estinto. Una sentenza che ribalta l’impianto dell’accusa e archivia uno dei casi mediatici più discussi degli ultimi anni, tra beneficenza contestata, campagne commerciali e milioni di follower coinvolti.
«È finito un incubo», ha detto l’imprenditrice digitale all’uscita dall’aula. Parole semplici, ma pesanti. Perché dietro c’è una vicenda che ha inciso sulla sua immagine pubblica, sul suo business e sul rapporto di fiducia con il pubblico.
Perché il giudice ha deciso il proscioglimento
La chiave della sentenza è tutta in un passaggio tecnico, ma decisivo: il giudice non ha riconosciuto l’aggravante della “minorata difesa” degli utenti online. Era proprio quell’aggravante a rendere il reato di truffa aggravata procedibile d’ufficio. Caduta l’aggravante, il reato è stato riqualificato in truffa semplice. A quel punto è scattata l’estinzione: le associazioni dei consumatori, tra cui Codacons, avevano già ritirato la querela dopo un accordo risarcitorio raggiunto con Ferragni circa un anno fa. Nessun processo, dunque. E nessuna condanna.
Secondo l’accusa, tra il 2021 e il 2022, Chiara Ferragni avrebbe promosso il pandoro Balocco Pink Christmas e le uova di Pasqua Dolci Preziosi lasciando intendere che una parte del ricavato fosse destinata alla beneficenza. Circostanza che, per i pm, non sarebbe stata vera nei termini comunicati al pubblico. Per questo l’aggiunto Eugenio Fusco e il pm Cristian Barilli avevano chiesto una condanna a un anno e otto mesi per truffa aggravata, ipotizzando un profitto illecito di circa 2,2 milioni di euro e sottolineando il ruolo centrale dell’influencer nelle campagne commerciali, amplificate da oltre 30 milioni di follower.
Prosciolti anche gli altri imputati
Con Chiara Ferragni sono stati prosciolti anche gli altri imputati: Fabio Maria Damato, ex collaboratore dell’imprenditrice, e Francesco Cannillo, presidente di Cerealitalia. Per tutti, il venir meno dell’aggravante ha fatto cadere l’intero impianto penale. Secondo l’accusa, il presunto profitto non sarebbe stato solo economico, ma anche mediatico, legato al rafforzamento dell’immagine pubblica di Ferragni come imprenditrice impegnata nella charity. Una tesi che però non ha retto alla prova del giudizio.
La linea della difesa: “Nessun dolo, solo un errore di comunicazione”
La difesa, affidata agli avvocati Giuseppe Iannaccone e Marcello Bana, ha sempre sostenuto l’assenza di dolo. Al massimo, hanno ribadito, si sarebbe trattato di pubblicità ingannevole, già sanzionata in sede amministrativa. Chiara Ferragni ha infatti chiuso il fronte amministrativo versando circa 3,4 milioni di euro tra risarcimenti e donazioni. Un punto centrale anche sul piano giuridico: il principio del “ne bis in idem” impedisce di essere puniti due volte per la stessa condotta.
«Abbiamo agito in buona fede, nessuno ha lucrato», aveva detto l’imprenditrice nelle dichiarazioni spontanee rese nel processo con rito abbreviato.
“Grazie a chi mi ha sostenuta”
All’uscita dall’aula, il tono è stato sobrio, ma carico di emozione. «Ringrazio i miei avvocati e i miei follower che mi hanno sostenuta in questi due anni», ha detto Ferragni. Una frase che chiude una vicenda giudiziaria, ma lascia aperto il dibattito pubblico su trasparenza, influencer marketing e fiducia dei consumatori. Il processo si chiude. Il caso mediatico, probabilmente, no. Ma da oggi una cosa è certa: per la giustizia penale, il Pandoro gate è finito.