Petizione anti-Lotito, la Lazio risponde con un video: tra i firmatari (sospetti) spuntano Ciro Immobile e Ivan Provedel
L’ultima mossa è arrivata direttamente dai canali ufficiali: un video dal titolo provocatorio — “Abbiamo firmato anche noi la petizione” — con cui il club prova a smontare la credibilità della raccolta firme online. Il messaggio è chirurgico: su piattaforme aperte basta pochissimo per inserire nominativi inventati e ripetere l’operazione più volte, alimentando un “effetto valanga” che può essere anche solo un’illusione statistica. Una risposta che sa di ironia, ma anche di nervo scoperto.
La lettera che corre più veloce del pallone
Eppure i numeri — veri o presunti tali — raccontano un malessere che non nasce ieri. La petizione su Change.org, impostata come lettera aperta, ha superato quota 34 mila adesioni “verificate” (al momento in cui scriviamo). Il testo insiste su un’idea semplice e devastante: da 22 anni, sostengono i promotori, ai tifosi sarebbe stato sottratto il diritto più raro nel calcio moderno, quello di sognare davvero.
Le firme celebri e il cortocircuito perfetto
Dentro quella lista, però, è esploso il corto circuito: tra i firmatari sono comparsi nomi pesanti — come Immobile e Provedel — immediatamente giudicati “sospetti”, perché difficili da immaginare in prima linea contro la proprietà. In parallelo, una firma invece rivendicata pubblicamente: quella di Alessandro Di Battista, che ha confermato l’adesione come gesto politico-sportivo, “utile” a spingere verso un cambio di gestione. Risultato: l’attenzione si è spostata dal merito al metodo.
“Verificate” non significa “certificate”: come funziona davvero
Qui sta il nodo che la Lazio ha voluto portare sotto i riflettori. Sulle petizioni online, la verifica tipica è legata soprattutto alla conferma via e-mail: inserisci nome e indirizzo, ricevi un messaggio, clicchi e la firma viene conteggiata. È un filtro, non un riconoscimento d’identità. Per capire la differenza basta guardare altrove: le petizioni istituzionali, ad esempio alla Camera dei deputati, richiedono SPID o Carta d’identità elettronica. Due mondi diversi, due pesi diversi.
La battaglia delle narrazioni: numeri contro legittimità
Ed è qui che la storia diventa più interessante — e più amara. Da una parte i tifosi puntano al dato, perché i grandi numeri sono l’unica lingua che una proprietà può difficilmente ignorare. Dall’altra la società ribatte sul terreno della legittimità: se il “contatore” è vulnerabile, allora anche la protesta rischia di essere liquidata come rumore digitale. Ma ridurre tutto a una questione tecnica è un azzardo: perché quando una tifoseria arriva a cercare strumenti extra-stadio, spesso sta già dicendo che i canali tradizionali non bastano più.
Dal web al silenzio: l’Olimpico quasi deserto contro il Genoa
Poi, il passaggio decisivo: dal click alla presenza (o meglio, all’assenza). In occasione di Lazio-Genoa, la protesta si è tradotta in uno stadio quasi vuoto: un colpo d’occhio che vale più di qualsiasi hashtag, perché trasforma il dissenso in immagine. Paradosso finale: in un Olimpico “spento”, la partita è stata persino vinta allo scadere. Ma il risultato sportivo, almeno per una notte, è sembrato un dettaglio rispetto al messaggio: non è più solo contestazione, è un ultimatum emotivo.