Più potere per Roma, svolta dopo il blitz della Lega: ecco la bozza di legge che può sbloccare la riforma

A sinistra, la premier Giorgia Meloni, a destra il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri a Roma, all'altare della Patria

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Dopo lo scontro che ha rischiato di far saltare il tavolo, la riforma di Roma torna su binari più stabili. La miccia era stata l’accelerazione su un emendamento d’impronta leghista, letto da molti come un “blitz” capace di ridisegnare in corsa l’architettura dei poteri. Nel giro di 24 ore, però, la trattativa si è rimessa in moto: una lunga riunione tra capi di gabinetto e tecnici ha prodotto una nuova bozza, descritta da fonti istituzionali come “condivisa” nei suoi punti essenziali.

Il compromesso: estendere sì, ma solo l’amministrazione

La chiave dell’intesa sta in un dettaglio che vale politicamente quanto una firma: alle altre grandi città—da Milano a Napoli, da Bologna in giù—verrebbero riconosciute facoltà amministrative, senza evocare poteri legislativi. Un cambio di rotta che evita l’effetto più temuto nei palazzi: diluire la specificità di Roma e trasformare la riforma in un provvedimento “per tutti”, quindi meno incisivo. Nella nuova cornice, l’allargamento alle città metropolitane non diventa un grimaldello per riscrivere l’impianto, ma una cornice ordinata e delimitata.

Roma resta il fulcro, ma senza ambiguità nei testi

La bozza mira a mettere al riparo il cuore della riforma: la Capitale mantiene un perimetro distinto e riconoscibile, soprattutto dove entrano in gioco le competenze più sensibili. Il punto politico non è il catalogo delle materie, ma la direzione: rafforzare la capacità di governo di Roma senza aprire una gara tra capoluoghi a chi ottiene di più. In questo passaggio, anche la mediazione del senatore di Fratelli d’Italia Andrea De Priamo viene letta come un tentativo di “chiudere” il fronte interno alla maggioranza.

Il Pd frena: “Vogliamo vedere le carte e le risorse”

Il Partito Democratico non chiude la porta, ma chiede garanzie prima del voto. Al Nazareno il ragionamento è lineare: se davvero il Governo ha corretto il tiro sul proprio emendamento, allora si può procedere, purché il testo sia limpido. Resta però il tema più delicato, quello che spesso decide la sorte delle riforme: le risorse. I dem chiedono impegni immediati e non rinviati a futuri passaggi, perché senza coperture certe l’allargamento di funzioni rischia di restare una promessa elegante ma vuota.

Il prossimo round: calendario in Parlamento e legge ordinaria

L’ottimismo che filtra dal Campidoglio non è trionfalismo: è il segnale che, almeno sul piano tecnico, si è evitata una formulazione ambigua capace di riaccendere lo scontro. Ora la partita si sposta dove conta davvero: in Parlamento, tra calendario, emendamenti e ricerca della maggioranza più ampia possibile. Sullo sfondo resta la legge ordinaria parallela, quella destinata a definire lo status economico della Capitale e a blindare la sostenibilità finanziaria della riforma. Se il compromesso regge, la sfida diventa politica: trasformare una bozza in un consenso stabile.