Più poteri a Roma, riforma “congelata” fino a dopo il referendum: cosa c’è dietro l’intesa FdI-Pd
Un rinvio che vale più di un voto. La riforma costituzionale su Roma Capitale, destinata a dare al Campidoglio margini di autonomia simili a quelli di una “mini-regione”, non approda in Aula il 9 marzo come previsto: maggioranza e Partito democratico hanno scelto di spostare la partita a dopo il referendum sulla riforma della giustizia fissato per 22-23 marzo 2026. Il segnale è politico: Roma diventa terreno di prova per alleanze variabili e fratture nell’opposizione.
Un patto di convenienza tra governo e Pd
Per Fratelli d’Italia il dossier Roma è un test di tenuta parlamentare: senza i voti del Pd diventa più difficile puntare alla maggioranza dei due terzi e mettere al riparo il provvedimento dal rischio di un nuovo referendum confermativo sulla stessa riforma. Da qui l’apertura al rinvio chiesto dai dem e gestito in Commissione Affari costituzionali. Anche il presidente della Commissione, Nazario Pagano (FI), ha sostenuto la necessità di far slittare il passaggio in Aula.
Referendum di marzo e paura di spaccature
Al Nazareno l’idea di rafforzare Roma piace, ma non a tutti allo stesso modo. Avs e Movimento 5 Stelle restano contrari al ddl e dentro il Pd non mancano perplessità, soprattutto su ciò che la riforma potrebbe “trascinarsi dietro” in termini di equilibri territoriali. Anticipare lo scontro, a ridosso della campagna sul referendum confermativo di marzo, sarebbe un problema di coesione per l’opposizione. Così il rinvio diventa una tregua: prima il voto, poi il confronto sui poteri della Capitale.
Cosa cambierebbe davvero per il Campidoglio
Nel merito, la riforma interviene sull’articolo 114 e mira a riconoscere Roma come ente “speciale” della Repubblica, con funzioni legislative in materie molto concrete: trasporto pubblico locale, governo del territorio, commercio, turismo, cultura, politiche sociali, edilizia residenziale pubblica e organizzazione amministrativa, tra le altre. L’impianto, presentato dal governo nel 2025, promette di avvicinare Roma agli standard delle grandi capitali, ma rimanda a una successiva legge ordinaria la partita su ordinamento e risorse.
Il nodo Lega: Roma o tutte le metropoli?
A complicare l’accordo è l’innesto “autonomista” che la Lega spinge per inserire: una norma che aprirebbe alla possibilità di attribuire ulteriori funzioni anche agli altri capoluoghi delle città metropolitane. Nelle ultime settimane la questione è arrivata fino a Palazzo Chigi, con un confronto che ha coinvolto Meloni, Gualtieri, Rocca e alcuni ministri chiave. Per il Pd il rischio è soprattutto politico: se l’eccezione romana si diluisce, si indebolisce la ragione stessa della riforma.
La partita vera: risorse, decentramento, Lazio
Dietro la discussione sui poteri c’è la domanda più concreta: quali risorse e quale decentramento reale? Nel mondo civico e cooperativo, Legacoop Lazio chiede che una “Roma quasi regione” non allarghi il divario con il resto del territorio e non schiacci la Città metropolitana, imponendo un patto tra istituzioni e corpi intermedi. È qui che si misurerà la credibilità dell’operazione, oltre le schermaglie parlamentari. Per ora la politica sceglie prudenza: Roma aspetta il “dopo-referendum”.