“Pola. Città perduta. L’agonia, l’esodo (1945-47)”, il nuovo saggio di Roberto Spazzali

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Esce per i tipi delle Edizioni Ares, in libreria, “Pola. Città perduta. L’agonia, l’esodo (1945-47)” (pp. 592, 25 euro), un saggio di Roberto Spazzali, studioso e autore di numerose pubblicazioni. Il saggio si fonda su fonti documentarie consultate e citate in gran parte inedite o del tutto sconosciute. Si tratta della copiosa documentazione tratta dall’archivio dell’Ufficio per le Zone di Confine, custodito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri in Roma. E segnatamente delle carte dell’Ufficio per la Venezia Giulia e dell’Ufficio per la Venezia Giulia staccato di Venezia e dei notiziari di Radio Venezia Giulia, emittente clandestina operante a Venezia, conservati presso la Deputazione per la storia patria delle Venezie.

Nel 1947 decine di migliaia di persone abbandonarono Pola

L’antefatto: tra il gennaio e il marzo 1947, 27.256 persone abbandonarono la città di Pola. E con loro quasi 150 mila metri cubi di masserizie, arredi di uffici e negozi, attrezzi di botteghe artigianali e industrie. Più del doppio di profughi avevano già lasciato l’Istria, Fiume e la Dalmazia nei mesi precedenti. Erano le conseguenze più evidenti del trattato di pace che assegnava gran parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia. Per due anni Pola aveva vissuto in uno stato d’assedio, amministrata dal Governo militare alleato e isolata dal resto d’Italia. Tanto da venire definita la “Berlino dell’Adriatico”. In questo libro tutte le vicende che hanno contraddistinto quei drammatici tempi sono ricostruite attraverso i documenti inediti dell’Ufficio per la Venezia Giulia.

L’eroica gestione dell’esodo da Pola

In cui emerge l’azione decisiva del dimenticato prefetto Giuseppe Meneghini che organizzò e gestì tutte le fasi dell’esodo, del vescovo di Parenzo e Pola monsignire Raffaele Mario Radossi, uomo di grande levatura spirituale. Che rimase fino all’ultimo nella sua Diocesi e della Marina militare italiana che svolse un ruolo fondamentale nell’accoglienza dei profughi sulle sponde occidentali dell’Adriatico. La gente di Pola se ne andò dando prova di grande dignità e compostezza. Aveva subito lutti, colpita dalla strage di Vergarolla, sopportato le delusioni di una pace ingiusta, affrontato il vilipendio quotidiano dei filo jugoslavi, trattenuto l’angoscia culminata con l’omicidio del generale De Winton. Aveva scelto la via dell’esodo come plebiscito morale per la nuova Italia democratica e per difendere la propria libertà.

Un capitolo sulla strage di Vergarolla

Insomma, aveva preferito partire per rimanere: andare esuli in Italia e nel mondo pur di conservare l’identità italiana. Una scelta di coscienza non sempre compresa allora e ancora oggi non capita. Tra le novità che il libro di Spazzali presenta una è senz’altro relativa alla Strage di Vergarolla – cui è dedicato un vero e proprio capitolo, “Una strage e un omicidio”. Uno dei punti significativi è la crisi dell’agosto 1946 quando nella Zona A della Venezia Giulia si scatena una vera strategia della tensione con attentati, aggressioni, bombe, da Caporetto a Gorizia, da Trieste a Pola. Nello stesso tempo nella Zona B della Venezia Giulia gli attivisti comunisti filo jugoslavi alzano il livello dell’intimidazione e delle minacce di rappresaglia proprio su Pol. E proprio in un momento di stallo delle trattative di pace.

Nuove rivelazioni sull’omicidio di De Winton

Il disegno è pure di mettere in difficoltà il Governo militare alleato agli occhi della popolazione e indurlo cedere alle pretese jugoslave. È una fase molto complessa sulla quale non è stata fatta ancora piena luce. Fonte inedita conferma che c’era stato proprio un avvertimento alla popolazione italiana pochi giorni prima e che era passato inosservato nel clima di provocazioni del periodo. Pure sull’omicidio del generale De Winton per mano di Maria Pasquinelli sono emerse nuove fonti. Relative ai dubbi sulla sua persona precedentemente circolati in seno al Comitato assistenza all’esodo di Pola dove operava volontariamente e a come si era avvicinata a detto Comitato.

Il ruolo dello Stato italiano nella fuga da Pola

Proprio quel 10 febbraio accadono fatti molto particolari: una sparatoria a bordo della nave Toscana con a bordo i profughi che vede riaccostare in porto. E l’annullamento di una missione segreta di carabinieri in borghese da Venezia a Pola prevista quel giorno. Lo Stato italiano ha fatto la sua parte tenendo in considerazione che doveva provvedere nello stesso momento agli sfollati di guerra, a coloro che avevano perduto ogni bene sotto i bombardamenti, ai reduci di guerra e alle loro famiglie. E anche ai prigionieri di guerra rimpatriati, alle famiglie di caduti, dispersi e deportati, agli italiani che erano rientrati e stavano rientrando dalle colonie africane e dai possedimenti.

Contro i profughi il pregiudizio politico dei comunisti

A questi si aggiungevano esuli e profughi provenienti dalle sponde orientali dell’Adriatico. Il loro numero per molto tempo non quantificato in quanto un censimento sarà possibile solo con l’introduzione dei certificati di esodo a ridosso dalla firma del trattato di pace. La sistemazione era sempre difficile e precaria, anche per alcuni episodi di pregiudizio politico dove la propaganda comunista filojugoslava aveva fatto presa. Era pure difficile spingere le quote eccedenti all’emigrazione estera in assenza di una normativa internazionale che contemplasse questi casi. Inizialmente le operazioni furono seguite dall’Ufficio per la Venezia Giulia del Ministero dell’Interno e dopo l’entrata in vigore del trattato di pace dall’Ufficio per le Zone di Confine della Presidenza del Consiglio dei Ministri.