Pomezia, maestra 45enne muore dopo il vaccino AstraZeneca: inizia il processo contro la multinazionale. “Era in ottima salute, senza patologie pregresse”
La data è fissata. E per una famiglia segna l’inizio di un’altra battaglia. Il 27 gennaio, davanti al Tribunale di Roma, si aprirà il processo civile contro AstraZeneca per la morte di Angela Magnotta, maestra d’asilo di Pomezia, deceduta a 45 anni nell’agosto 2021 dopo una sindrome tromboembolica diffusa. Una vicenda che torna al centro dell’attenzione giudiziaria e pubblica, con una domanda che resta sospesa: cosa si sapeva davvero sui rischi del vaccino?
Il nesso di causalità riconosciuto
Il procedimento arriva dopo un passaggio decisivo. Il Dipartimento Militare di Medicina Legale di Roma ha riconosciuto formalmente il nesso di causalità tra la vaccinazione anti-Covid con Vaxzevria (AstraZeneca) e il decesso di Angela Magnotta. La Commissione Medica Militare ha espresso parere favorevole alla concessione dei benefici previsti dalla Legge 210 del 1992, che tutela le vittime di eventi avversi da vaccinazione. Non è solo una causa giudiziaria. Ma un riconoscimento che pesa, anche sul piano umano.
Secondo gli accertamenti medico-legali, Angela Magnotta era una donna sana, non aveva patologie pregresse, né fattori di rischio tromboembolico. Lo confermano il medico di base, l’anamnesi clinica e la documentazione acquisita dalla Commissione Medica Ospedaliera. Nessuna allergia, nessuna malattia cronica, nessuna familiarità ematologica. Prima del vaccino, godeva di buona salute. Aveva ricevuto due dosi di AstraZeneca: la prima il 24 marzo 2021, la seconda il 10 giugno 2021, attenendosi alle indicazioni ufficiali. Il 28 agosto il ricovero d’urgenza. Due giorni dopo, la morte.
L’autopsia ha stabilito come causa del decesso una trombosi arteriosa multipla, compatibile con la VITT (Vaccine-Induced Immune Thrombotic Thrombocytopenia), sindrome rara ma gravissima già segnalata a livello internazionale come possibile evento avverso del vaccino Vaxzevria.
Le responsabilità contestate ad AstraZeneca
Il processo, assegnato al giudice Giorgio Egidi della XIII sezione civile del Tribunale di Roma, dovrà stabilire se AstraZeneca sia civilmente responsabile per l’esercizio di attività pericolosa, per illecito civile e per la commercializzazione di un prodotto ritenuto difettoso o non sufficientemente sicuro, secondo quanto previsto dal Codice del Consumo. Secondo la famiglia Magnotta, la casa farmaceutica avrebbe omesso o minimizzato informazioni rilevanti sui rischi del vaccino, già emersi nei primi mesi del 2021 dagli studi di farmacovigilanza di EMA e AIFA, oltre che dalla letteratura scientifica internazionale. Tra questi, anche lo studio del professor Andreas Greinacher, pubblicato nell’aprile 2021 sul New England Journal of Medicine, che evidenziava un aumento di trombosi atipiche, in particolare nelle donne sotto i 60 anni.
Uno dei punti chiave del processo riguarda il consenso informato. Secondo i legali, Angela non fu messa nella condizione di comprendere pienamente i rischi legati alla seconda dose, nonostante le crescenti perplessità espresse dalle autorità sanitarie sull’uso di AstraZeneca nelle fasce più giovani. Convinta di dover completare il ciclo vaccinale per non restare “scoperta”, Angela seguì le indicazioni ricevute. Senza sapere che, proprio in quei mesi, il rapporto rischio-beneficio per donne come lei era già oggetto di forte dibattito scientifico.
Un dolore che nessun indennizzo può cancellare
Il marito e i tre figli, allora giovanissimi, hanno già ottenuto l’indennizzo previsto dalla legge. Ma nessuna somma può colmare ciò che è andato perso. Una madre. Una moglie. Un equilibrio familiare cancellato in pochi giorni. È per questo che la famiglia ha scelto la via civile. Non solo per un risarcimento, ma per ottenere giustizia, verità e responsabilità.
Il procedimento si inserisce in un contesto internazionale complesso. Nel 2024, AstraZeneca ha ammesso in sede giudiziaria nel Regno Unito che il vaccino può causare, seppur raramente, la sindrome TTS/VITT. Poco dopo, l’EMAha formalizzato il ritiro di Vaxzevria dal mercato europeo. La storia di Angela Magnotta diventa così un caso simbolo, che interroga il rapporto tra emergenza sanitaria, responsabilità industriale e diritti fondamentali dei cittadini. Perché il progresso scientifico, senza trasparenza, perde legittimità.
Chi era Angela Magnotta
Angela Magnotta era molto conosciuta e stimata a Pomezia. Insegnava con passione alla scuola dell’infanzia “I 7 Nani”. Tre figli, il più piccolo di appena 3 anni all’epoca, un marito, uno stile di vita sano. Una salute certificata, senza ombre. Nel 2021, con la pandemia, come molti insegnanti fu tra le prime categorie a sottoporsi alla vaccinazione obbligatoria. La prima dose arrivò pochi giorni dopo la sospensione cautelativa dell’AIFA, decisa in attesa delle valutazioni dell’EMA sugli eventi avversi legati alla coagulazione del sangue. Poi la revoca dello stop. E la ripresa della campagna vaccinale.
Angela rientrava proprio nella fascia più discussa. Ma per lei l’allarme arrivò troppo tardi. “Mia moglie non doveva morire. Era sana, giovane, felice. La seconda dose l’ha distrutta in pochi giorni”, racconta il marito Danilo. Ora cresce i figli da solo. E chiede una sola cosa: giustizia. “Abbiamo documentato fin dall’inizio l’assenza totale di patologie pregresse”, spiega l’avvocato Daniele Autieri, che assiste la famiglia sin dal primo momento. “Il Dipartimento Militare di Medicina Legale ha riconosciuto il nesso causale tra la vaccinazione e la sindrome tromboembolica. Ora spetterà al giudice stabilire le responsabilità”. Il processo che si apre il 27 gennaio non riguarda solo una famiglia. Riguarda tutti.