Pomezia, sfratti ATER e case occupate: è emergenza. “Così si rischia una guerra sociale”

case popolari Pomezia

Non è più solo una questione di case popolari. È diventata una resa dei conti. Da una parte le famiglie, dall’altra le istituzioni. In mezzo, una città che rischia di saltare. A Pomezia l’emergenza abitativa è uscita dalle riunioni di condominio ed è finita in strada. Con assemblee affollate, lettere di sfratto che arrivano a raffica e una domanda che nessuno riesce più a ignorare: chi paga il prezzo di trent’anni di errori?

Via Ugo La Malfa, il “limbo” che dura da trent’anni

Il caso simbolo è quello di via Ugo La Malfa. Qui non si parla di occupazioni improvvisate o recenti. Si parla di appartamenti lasciati incompiuti nei primi anni ’90, trasformati in case da chi non aveva alternative. Quelle famiglie hanno finito i lavori, reso abitabili gli alloggi, costruito una vita. E per anni il Comune ha concesso le residenze, di fatto legittimando una situazione mai formalizzata. Ora, dopo tre decenni, quelle stesse persone si sentono dire che sono “abusivi”. Un corto circuito che non è solo giuridico. È sociale. Le lettere di sfratto non riguardano solo via Ugo La Malfa. Le notifiche stanno arrivando in Via Turati, Via Singen, Piazzale delle Regioni. E il timore è che sia solo l’inizio.

Ieri i residenti si sono riuniti in un’assemblea un’assemblea straordinaria indetta dalla neo-costituita Associazione Civica Popolare (ACP) e hanno parlato di “purga sociale”. Un’espressione forte, ma che fotografa il clima: famiglie in ansia, tensione crescente, paura concreta di perdere tutto da un giorno all’altro. “È una situazione ormai esplosiva che rischia di trasformarsi in un disastro sociale senza precedenti per la città”, affermano dall’associazione. Il punto non è solo lo sfratto, secondo i residenti. È il modo. Perché i provvedimenti stanno arrivando senza distinzione. Senza guardare le storie. Senza pesare le responsabilità.

“Prendiamo atto dell’inasprimento delle pene, che oggi prevedono fino a 7 anni di reclusione per chi occupa”, dichiara il Vice Presidente dell’associazione Simone Feudo. “Ma queste leggi non esistevano quando queste famiglie sono entrate in appartamenti lasciati al degrado da anni, senza che le amministrazioni procedessero a censirli. Chiediamo che si metta un punto fermo: una ‘pietra sopra’ al pregresso attraverso una sanatoria tombale. Il rigore della nuova legge deve valere da oggi in avanti. Non può essere usato per colpire retroattivamente chi vive in un limbo da decenni a causa dell’inerzia degli enti”.

Il paradosso delle regole

Nel frattempo infatti la legge è cambiata. Oggi chi occupa rischia fino a 7 anni di carcere. Ma quelle norme non esistevano quando queste famiglie sono entrate negli alloggi. “Non si possono cambiare le regole a partita finita sulla pelle dei più deboli”, è la linea dell’ACP. Perché usare le nuove norme per colpire situazioni nate in un vuoto amministrativo rischia di trasformare un problema urbanistico in una crisi sociale.

Dentro queste case non ci sono solo numeri, fanno sapere dall’associazione. Ci sono storie. Famiglie già segnate da lutti, situazioni di fragilità economica, persone che vivono sul filo. E per l’associazione applicare gli sfratti senza distinguere significa ignorare completamente il fattore umano. Significa trattare allo stesso modo chi ha approfittato del sistema e chi ci è finito dentro per necessità.

Due verità che si scontrano: i conti dell’ATER e gli inquilini

Ma perché l’Ater fa la voce grossa? Per capirlo occorre guardare al di là dei confini di Pomezia e guardare i numeri. Il sistema delle case popolari nel Lazio si trascina da anni tra morosità e occupazioni, con un buco che ha superato gli 80 milioni di euro e debiti complessivi legati agli affitti che sfiorano i 207 milioni. Un’emorragia costante, che l’ente prova a tamponare tra recuperi crediti e dismissioni, senza però riuscire a invertire davvero la rotta. Il risultato è una bomba a orologeria. Rimandata per anni. Ignorata quando era gestibile. Esplosa adesso, tutta insieme.

E se da un lato ci sono gli inquilini, che parlano di diritti acquisiti e impossibilità concreta di mettersi in regola con cifre diventate nel tempo insostenibili, dall’altro c’è un ente pubblico che rischia di non reggere più il peso dei debiti e prova a rimettere ordine, anche in modo brusco. Nel mezzo, ancora una volta, c’è la politica. Che per anni ha lasciato correre. E oggi si ritrova a gestire le conseguenze.

Il punto, ora, non è più solo trovare una soluzione tecnica. È evitare che questa vicenda si trasformi in qualcosa di più grande. Perché quando centinaia di famiglie si sentono sotto assedio, la tensione sale. E quando la tensione sale, basta poco per perdere il controllo. Pomezia è arrivata a quel punto. E la sensazione è che nessuno possa più permettersi di rimandare.