Pomezia, sospensione a scuola senza restare a casa: l’errore diventa formazione e responsabilità
A Pomezia la sospensione scolastica cambia pelle. Non più giorni vuoti da riempire lontano dall’aula, ma un percorso educativo strutturato. Un cambio di passo concreto, che all’Istituto Copernico trasforma l’errore in occasione di crescita e mette al centro una parola chiave: responsabilità.
È il frutto della collaborazione tra la scuola e l’associazione L’Acchiappasogni, una sinergia che applica fino in fondo lo spirito dello Statuto delle studentesse e degli studenti, introdotto con il DPR 249/1998, che vuole trasformare la sanzione da atto punitivo a momento educativo. La sanzione disciplinare può diventare un’attività utile alla comunità, con finalità riparative e formative. Spesso però la norma, in vigore ormai da 28 anni, resta teoria. Qui è diventata prassi.
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Il pomeriggio al posto del tempo perso
Gli studenti destinatari del provvedimento non restano a casa. Ogni pomeriggio, dalle 14 alle 18, raggiungono la sede dell’associazione. Qui il tempo è organizzato e si divide in studio assistito, recupero delle materie indicate dai docenti, confronto guidato e attività di gruppo. Non è quindi un semplice doposcuola. L’obiettivo è duplice e serve a evitare che la sospensione si trasformi in un’interruzione improduttiva e ad accompagnare i ragazzi in una riflessione reale sull’errore commesso.
«Quando la scuola ci ha proposto di collaborare, abbiamo accettato senza esitazione. La sospensione non deve essere un tempo vuoto, ma un’occasione per rimettersi in gioco», spiega la presidente dell’associazione, Simona Ciciani. «Questi ragazzi non hanno bisogno di essere allontanati, ma di essere accompagnati. Hanno bisogno di adulti che li aiutino a leggere ciò che è accaduto. Ogni errore può diventare un punto di ripartenza, se qualcuno ti guida a capirlo».
Bullismo e cyberbullismo: conoscere i limiti per scegliere
Nel percorso si è inserito anche un incontro con l’avvocato Mariacarmela Agnese, che ha affrontato con gli studenti i temi del bullismo e cyberbullismo, intrecciando educazione civica e consapevolezza giuridica. Si è parlato di chat, gruppi social, foto condivise con leggerezza, parole scritte di impulso.
Il punto è semplice e spesso sottovalutato: il digitale amplifica. Un insulto online non resta circoscritto. Una foto diffusa senza consenso può diventare permanente. «Molti ragazzi non percepiscono il peso delle azioni sul web», ha spiegato il legale. «Ogni azione lascia una traccia. Non esiste il “tanto nessuno lo saprà”. I contenuti possono essere recuperati, condivisi, utilizzati. Quando si supera una certa soglia, non si è più soltanto davanti a un problema scolastico o familiare: si entra in un ambito che può avere rilevanza civile e penale». Quello dell’avvocato Mariacarmela Agnese non è stato un discorso punitivo, piuttosto educativo. «La legge non serve a spaventare. Serve a tutelare. Conoscere il limite significa avere la possibilità di scegliere consapevolmente». Il passaggio più delicato è quello sulla responsabilità personale. «L’errore fa parte della crescita. La differenza sta in cosa si fa dopo. Negarlo lo aggrava. Affrontarlo lo trasforma in maturità».
Educare invece di punire
Il progetto del Copernico di Pomezia si inserisce in un’idea chiara di comunità educante. Scuola e territorio non si rimpallano il problema. Collaborano. La sospensione non è un’esclusione temporanea, ma un rientro guidato dentro le regole e dentro la relazione. Le prime risposte di famiglie e docenti sono positive. Gli studenti coinvolti non vivono la sanzione come un marchio, ma come un passaggio. Un tempo in cui fermarsi, capire, ripartire.
In un dibattito pubblico spesso schiacciato tra permissivismo e repressione, l’esperienza di Pomezia indica una terza strada: rigore nei principi, accompagnamento nella crescita. Perché educare non significa allontanare chi sbaglia. Significa restare abbastanza vicini da aiutarlo a diventare migliore.