Primarie Schlein-Conte-Salis e ‘epurazioni’ in Forza Italia: guerre politiche a sinistra e destra in vista delle elezioni 2027

Da sinistra, Marina Berlusconi, Elly Schlein, Conte e Silvia Salis, foto Instagram

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La politica italiana ha già imboccato la strada della campagna elettorale per le prossime politiche, anche se il traguardo – salvo scossoni imprevedibili – è fissato per l’autunno 2027. Proprio per questo, tutto ciò che oggi appare come semplice movimento interno ai partiti comincia ad assomigliare sempre di più a una prova generale di posizionamento.

Il centrosinistra e la fretta di scegliere il volto

Nel campo progressista il confronto tra Elly Schlein e Giuseppe Conte è entrato nel vivo dal post referendum, come se le primarie fossero un passaggio praticamente ormai inevitabile. Ma la domanda vera non è chi possa vincerle. È se abbia senso aprire una sfida sulla leadership prima di aver chiuso davvero il perimetro della coalizione, con relativi programmi. Conte continua a rilanciare l’idea di primarie “ampie”, persino con voto online. Schlein, più prudente, tiene aperto il dialogo ma non sembra voler trasformare la leadership nella prima casella da riempire.

Il fattore Silvia Salis e la spinta di Renzi

In questo quadro si è inserito anche il nome di Silvia Salis, spinta dall’ex premier Matteo Renzi, che per ora non è una candidatura strutturata ma sta diventando una suggestione politica concreta. Salis stessa ha detto che, se le chiedessero di correre contro Giorgia Meloni, non potrebbe fingere di non prenderlo in considerazione. Matteo Renzi ha fatto un passo ulteriore: ha dichiarato che la voterebbe alle primarie e l’ha invitata a ripensare la sua contrarietà. È una mossa sottile ma significativa, perché introduce una terza possibilità nel duello Schlein-Conte: quella di una figura percepita come più civica, più trasversale, più spendibile fuori dai recinti tradizionali dei partiti.

In Forza Italia il riassetto rischia di sembrare una resa dei conti

Sul fronte opposto, in Forza Italia il tema non è la leadership formale del centrodestra, ma la gestione degli equilibri interni. Dopo la lettera di 14 senatori che ha aperto la ‘defenestrazione’ post-referendum di Maurizio Gasparri dalla guida del gruppo a Palazzo Madama e al successivo approdo di Stefania Craxi, il partito si è ritrovato con un secondo dossier sensibile: quello della Camera. Paolo Barelli non è ancora uscito ufficialmente di scena, ma il confronto sulla sua sostituzione è ormai entrato nel cuore della trattativa interna, al punto che nel vertice fra Antonio Tajani, Marina e Pier Silvio Berlusconi dei giorni scorsi il nodo del nuovo capogruppo è rimasto uno dei temi centrali, con Enrico Costa indicato come nome forte.

È questo che alimenta la sensazione di un partito in movimento continuo. Non una crisi conclamata, ma una sequenza di avvicendamenti e pressioni che, letta dall’esterno, finisce per assomigliare meno a un semplice rinnovamento e più a una lunga verifica di fedeltà, pesi e collocazioni, con il pressing incessante della famiglia Berlusconi che sembra volersi allontanare sempre di più dai ‘sovranismi’ alla Meloni.

Le “epurazioni” come clima, più che come formula

Definire quello che sta accadendo dentro Forza Italia come una “epurazione” sarebbe probabilmente eccessivo se ci si fermasse alla cronaca politica nuda e cruda. Ma in politica conta anche il clima. E il clima, in Forza Italia, racconta di un partito che sta cercando un nuovo equilibrio dentro se stesso e nei rapporti con Giorgia Meloni e il suo Governo, sotto la spinta della famiglia Berlusconi. Con il rischio però che questa spinta appaia più concentrata contro i propri alleati che contro gli avversari del centrosinistra. Non serve una rottura formale con Tajani perché si diffonda in Forza Italia la sensazione di una caccia al ‘nemico interno’: basta una lunga sequenza di segnali, di sostituzioni, di sospetti, di aggiustamenti letti come messaggi in codice. Segnali che dal dopo referendum sono diventati quasi fuochi d’artificio quotidiani.

Due schieramenti, lo stesso errore di fondo

Alla fine, sinistra e destra sembrano inciampare nello stesso problema con strumenti diversi. Il centrosinistra rischia di anticipare la resa dei conti sulla leadership prima di aver completato la costruzione della coalizione e di un programma. Forza Italia rischia invece di trasformare il riassetto in una storia tutta interna al centrodestra, quasi una verifica continua di fedeltà e pesi, che potrebbe ‘sbocciare’, alla fine del percorso di ‘rinnovamento’ interno, in una guerra aperta contro la premier Meloni. In entrambi i casi il pericolo non è l’esplosione improvvisa, ma l’erosione lenta. E da qui al 2027 potrebbe contare soprattutto questo: non chi si muove prima, ma chi arriva al voto con meno logoramento addosso.