Referendum in Campidoglio: cresce il costo delle sale, i consiglieri potranno ‘sponsorizzare’ le campagne pro ‘Sì’ o ‘No’

Referendum sulla Giustizia arriva in Campidoglio

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Roma, la Giunta Gualtieri, con una delibera approvata il 26 febbraio 2026 (ma pubblicata il 4 marzo), ha ritoccato le regole per la campagna referendaria in corso nella capitale: tre sale del Campidoglio saranno utilizzabili per iniziative legate al voto del 22 e 23 marzo 2026, ma a tariffe decisamente più onerose senza sconti sull’IVA e con una novità politica destinata a far discutere: la richiesta d’uso potrà essere presentata anche dal singolo consigliere capitolino, non solo da partiti e gruppi organizzati.

Le tre sale del Campidoglio disponibili

Il provvedimento della Giunta Gualtieri (votato all’unanimità, sindaco e vice inclusi) individua tre spazi istituzionali del palazzo senatorio come sede di incontri, dibattiti e iniziative collegate alla campagna referendaria. Sono la Sala della Protomoteca, la Sala Laudato Si’ e la Sala del Carroccio. Sale simboliche, usate spesso per eventi ufficiali e appuntamenti pubblici. Aprirle alla campagna significa portare il confronto politico dentro il cuore dell’istituzione cittadina.

Quanto costerà organizzare un evento

La delibera fissa un listino chiaro. La Protomoteca è la più costosa: si arriva a 1.000 euro per l’utilizzo serale e fino a 1.200 euro nei festivi. La Laudato Si’ e la Sala del Carroccio hanno tariffe più basse, ma comunque non trascurabili: da circa 200 euro nelle fasce più brevi fino a 700 euro per gli utilizzi più lunghi.

Nel testo si parla di cifre legate alle “spese vive” necessarie ad aprire e gestire gli spazi: personale, accoglienza, allestimenti e servizi. Non si tratta quindi, almeno nelle intenzioni dichiarate dalla Giunta, di un “affitto” in senso stretto, ma di un rimborso dei costi che la Capitale sosterrebbe per garantire l’uso delle sale.

La novità politica: richiesta anche dai singoli consiglieri

Il passaggio più delicato è quello che amplia i soggetti che possono chiedere gli spazi. Oltre ai rappresentanti e ai gruppi referendari, ora la domanda potrà essere sottoscritta anche da un “singolo consigliere capitolino“, così si legge nella delibera di Giunta. È un cambio che, nella pratica, potrebbe trasformare l’iniziativa referendaria in Campidoglio in uno strumento più “personale” e ‘politico’ e meno legato alle strutture dei partiti o dei comitati tradizionali.

Da qui l’interrogativo politico: un consigliere potrà chiedere una sala per promuovere un incontro legato al “sì” o al “no”, con il peso della propria carica istituzionale. È una possibilità che allarga gli spazi di iniziativa. Ma che pone anche il tema della percezione pubblica. Quanto è sottile il confine tra disponibilità di luoghi per il confronto e uso politico di spazi simbolici?

L’obiettivo dichiarato: pari accesso al confronto

La linea indicata dall’amministrazione è quella di garantire la disponibilità degli spazi “in misura uguale” per le diverse posizioni. L’idea dell’Amministrazione sarebbe quella di favorire il dibattito e permettere ai cittadini di partecipare a incontri informativi e discussioni pubbliche.

Resta però un punto chiave: come verranno assegnate le date e le fasce orarie più richieste, come le serate o i festivi? E con quali criteri verrà assicurata, nei fatti, l’uguaglianza tra chi sostiene il “sì” e chi sostiene il “no”?

Il rischio: costi che pesano sui soggetti più piccoli

Le tariffe possono diventare un filtro implicito? Per un comitato piccolo, o per una rete civica senza grandi risorse, mille euro per una sala prestigiosa non sono pochi. La conseguenza può essere semplice: chi ha più strutture, più fondi, più organizzazione avrà anche più possibilità di presidiare gli spazi simbolici. E una campagna che nasce per allargare la partecipazione potrebbe, paradossalmente, restringere l’accesso a chi può permetterselo?

Spazi pubblici e politica: il nodo che torna

Il rischio, con regole troppo rigide o tariffe troppo pesanti, è che la campagna si sposti altrove e che gli spazi pubblici restino appannaggio di pochi.

Per una città come Roma, che dovrebbe tenere insieme istituzioni e grande partecipazione, è una partita politica prima ancora che organizzativa: si vedrà nelle prossime settimane chi riuscirà davvero a entrare in Campidoglio e, soprattutto, a quale prezzo.