Rocca ‘taglia’ le ricette, De Caro apre gli ambulatori: nel Lazio vince la sanità privata, in Puglia si cancellano le liste d’attesa
Ormai mancano solo 2 giorni. Poi nel Lazio arriverà la “rivoluzione delle ricette“. Così almeno l’ha raccontata Francesco Rocca. Peccato che, a guardare bene, l’unica cosa davvero “abbattuta” non siano le liste d’attesa, ma la pazienza dei pazienti. E, guarda caso, a sorridere non è la sanità pubblica, bensì la sanità privata, sempre più centrale nel nuovo modello regionale.
Ricette più corte, pazienti più veloci
Dal 1° febbraio 2026 le vecchie ricette da 180 giorni vanno in soffitta. Al loro posto, una corsa a ostacoli: pochi giorni per chiamare il Cup, trovare un posto, accettare la sede proposta e sperare che non sia a centinaia di chilometri da casa. Se va male, la ricetta scade. E si ricomincia da capo. Se va peggio, si paga il privato. Ci saranno dieci giorni per le urgenze, venti per le prestazioni “brevi”, quaranta o settanta per quelle differibili, centotrenta per le programmate.
Se il Cup non trova posto, o propone una sede lontana, il cittadino rischia di perdere tutto. E chi può permetterselo, spesso, paga per evitare questa trafila che sembra infinita. Così il diritto alla cura diventa una variabile economica, non più universale. A pagarne il prezzo sono soprattutto le province di Rieti, Viterbo, Frosinone, Latina. Per un anziano o una persona con disabilità, raggiungere Roma può essere semplicemente impossibile. E il meccanismo che Rocca presenta come una soluzione contro le liste d’attesa, come denuncia Massimiliano Valeriani, presidente della Commissione Trasparenza del Consiglio regionale del Lazio, rischia di essere una spinta strutturale verso il privato.
Il “Percorso di Garanzia”: scorciatoia per il privato?
La nuova delibera regionale introduce il cosiddetto Percorso di Garanzia. In teoria, se il pubblico non rispetta i tempi di priorità (U, B, D, P), la Asl deve garantire comunque la prestazione. Come? Con attività aggiuntive nel pubblico, intramoenia o privato accreditato. Come denuncia Massimiliano Valeriani, senza più medici, senza più agende pubbliche, il sistema finisce per alimentare strutturalmente il privato, con rimborsi regionali che escono dal perimetro pubblico. Altro che garanzia, sembra una corsia preferenziale, una esternalizzazione silenziosa. E a pagarne il prezzo non sono solo i pazienti, ma l’intero impianto della sanità regionale.
Medici di base allo stremo
Il quadro peggiora se si guarda ai medici di famiglia. Nel Lazio mancano circa 1.200 medici, con altri 231 pensionamenti previsti entro il 2026. In questo contesto, aumentare burocrazia e incertezza significa spingere all’abbandono della professione. Il medico di base diventa un centralinista sanitario, costretto a orientare i pazienti tra Asl diverse, senza strumenti né risposte. Meno tempo per la clinica, più per le scartoffie.
Secondo Valeriani, questo comporta svuotamento dei presidi territoriali, concentrazione delle attività nei grandi poli romani e nel privato accreditato, sanità pubblica ridotta a centro di smistamento. Le strutture private diventano pilastri dell’offerta regionale, con agende visibili a 12 mesi e integrazione totale nel sistema di prenotazione. Il pubblico, invece, arretra. Senza investimenti seri su personale e infrastrutture, il Lazio scivola verso un modello a trazione privata, dove il diritto alla cura viene appaltato.
Nel Lazio il caos, in Puglia le scelte fatte bene
Ma mentre nel Lazio, dopo ormai 3 anni dalle elezioni che hanno visto vincere Francesco Rocca, che si è tenuto stretto la delega alla Sanità, la situazione sembra essere allo sfascio, con pazienti che aspettano anche due anni per una tac al cuore anche se hanno la priorità a 60 giorni (abbiamo fatto noi le prove di prenotazione insieme a un paziente di 88 anni), ecco cosa succede in Puglia, dove il neo eletto Antonio De Caro ha deciso di non affidarsi ai giochi di prestigio dei numeri ma di fare qualcosa di concreto per risolvere il problema delle liste d’attesa. E anche lì si parte a febbraio. Ambulatori aperti di sera e di notte, piani operativi veri, controlli sulle prescrizioni inappropriate, con l’obiettivo di smaltire le prestazioni urgenti e brevi entro 18 mesi.
Le Asl pugliesi, su imperativo di De Caro che ha dato anche tempi stretti, hanno presentato piani per risolvere il problema delle liste d’attesa. Orari estesi fino alle 23, con la Asl Bat aperta anche di notte, corsie dedicate, gestione diretta dei follow up da parte degli specialisti, meno abuso delle priorità urgenti. Un lavoro sporco, faticoso, poco mediatico. Ma reale. E fatto per i cittadini, tutti, non solo per quelli che possono permettersi le visite a pagamento. Qui si capisce chi sa governare per la gente. E ricambia la fiducia di chi lo ha votato.
Nel Lazio, invece, si accorciano le ricette e si allungano le distanze. Si promette l’abbattimento delle liste d’attesa, ma si costruisce un sistema che premia chi può pagare. La sanità privata ringrazia. I cittadini, molto meno.