Roma, 338 case Enasarco a 53 milioni (di mutuo), il Piano anti-emergenza del Campidoglio si complica: stop da destra e grane coi sindacati
Roma, prima ancora che si parli di chiavi e assegnazioni, l’operazione Enasarco proposta dal Campidoglio per l’acquisto di 338 case Enasarco per tappare l’emergenza abitativa romana finisce sotto tiro da due fronti che non dovrebbero marciare insieme: la destra che invoca lo stop e i sindacati degli inquilini che gridano al “voltafaccia”.
In Regione Lazio, la presidente della commissione urbanistica Laura Corrotti (FdI) pretende paletti “chiari” prima di andare oltre: criteri trasparenti, garanzie economiche e una valutazione preventiva dell’impatto nei palazzi.
Ma il colpo politico arriva quando Unione Inquilini accusa Roma Capitale di inseguire la destra sul terreno più scivoloso: la selezione sociale mascherata da prudenza.
Il nodo vero: “convivenza” nei condomìni e criteri che cambiano il senso dell’operazione
Corrotti mette in fila un punto che a destra suona come buon senso e a sinistra come sospetto: i condomìni “misti” — proprietà private e alloggi Erp nello stesso stabile — senza regole rischiano di diventare un campo minato. Da qui l’idea di fissare prima il perimetro: quali graduatorie, quali quote, quali garanzie sulle spese condominiali e sulla gestione delle morosità. E, sullo sfondo, la proposta che sposta l’asse: puntare su inquilini “affidabili”, già regolarizzati e in regola coi pagamenti, per percorsi di edilizia sociale e canoni calmierati. Una parola — “affidabili” — che in politica della casa non è mai neutra.
La frattura inattesa: Unione Inquilini chiede numeri e denuncia “discriminazione della povertà”
Se la pressione di Lega e FdI era prevista, più rumorosa è la spaccatura con chi aveva sostenuto l’operazione. Unione Inquilini chiede un dato semplice, che pesa come un macigno: delle 1.040 abitazioni, circa 260 risulterebbero già occupate in affitto. Quindi quante case sono davvero disponibili per far scorrere la graduatoria Erp? Quante finiranno nei bandi speciali e quante nelle assegnazioni d’emergenza? Il sindacato teme che, per placare le proteste dei proprietari, si stia “correggendo” l’intervento fino a snaturarlo: meno case ai più poveri, più filtri “compatibili” con il condominio.
Il dettaglio che fa politica: l’acquisto parte (davvero) con un mutuo da 53 milioni
Qui entra la notizia che rende tutto più concreto: la prima tranche è già stata messa a terra con un sì politico in Aula Giulio Cesare, e porta con sé un numero che non si discute: 53 milioni di mutuo per comprare 338 alloggi. Una vicenda ampiamente raccontata dfal nostro giornale le scorse settimane.
Non fondi europei, non scorciatoie: debito. La cifra complessiva dell’operazione, tra prezzo e costi accessori, supera i 58 milioni. Ed è proprio questo che rende l’intervento “pesante”: l’emergenza casa viene affrontata con la ricetta più antica e più esposta alle critiche, perché il conto — interessi compresi — resta sul bilancio cittadino.
Niente PNRR, niente “aiuti”: quando la svolta sociale passa dal debito
Nei mesi scorsi, la narrazione era un’altra: cercare canali esterni, fondi nazionali o europei per evitare di caricare l’operazione interamente sulle spalle della città. Ma dalle carte emerge un messaggio lineare: quelle risorse non ci sono (o non sono state agganciate) e quindi Roma torna al mutuo. La maggioranza la presenta come scelta necessaria: o così, o niente. L’opposizione la usa come clava: state “risolvendo” l’emergenza spostando il problema in avanti. La domanda politica, però, è più sottile: quanto si può costruire diritto alla casa se lo strumento principale è l’indebitamento?
Un acquisto “monstre”: 338 oggi, oltre mille domani e un piano che punta a 250 milioni
La dimensione dell’operazione è la sua forza e il suo tallone d’Achille. Perché 338 alloggi oggi sono un segnale concreto; ma il disegno complessivo mira a superare mille unità entro il 2026, per un investimento vicino ai 250 milioni. È il “piano monstre” che Roberto Gualtieri rivendica come svolta, con Tobia Zevi a gestire la partita patrimoniale. Ma più il numero cresce, più cresce anche l’attrito: perché ogni alloggio è una famiglia, ma anche un condominio, un amministratore, un equilibrio sociale che la politica promette di governare “caso per caso”.
Il compromesso che divide: tetto al 15%, bandi “speciali” e la guerra di nervi nei palazzi
Per raffreddare la tensione con i proprietari, il Campidoglio ha promesso un tetto del 15% di assegnazioni Erp per stabile e, oltre quella soglia, bandi mirati (giovani coppie, forze dell’ordine, padri separati, donne vittime di violenza). Ha anche assicurato che gli oneri condominiali saranno gestiti dal Comune, così da non scaricare conflitti e insoluti sugli amministratori. È qui che l’operazione si trasforma in un “mix” politico: corsia preferenziale per recuperare case, sì, ma con una variante che ricalibra chi entra e come entra. E infatti lo scontro non è solo su quante case, ma su quale idea di città: diritto alla casa o contabilità del consenso?