Roma, Ama nega l’uso della tomba di famiglia e impone la cremazione di una donna, il Tribunale: “Il figlio sia risarcito”

A sinistra, un cimitero di Roma, a destra la sede Ama di via Calderon de La Barca

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Roma, cimiteri capitolini: AMA nega a un figlio la tumulazione della propria madre nella tomba di famiglia e quel “No” lo costringe, nei fatti, alla cremazione, oltre a tenere l’urna in casa. Il Tribunale Amministrativo del Lazio ha condannato la municipalizzata dei rifiuti di Roma a risarcire il danno all’uomo (15mila euro), a rimborsare le spese documentate (ancora da quantificare) e a pagare infine anche le spese legali (3mila euro), per un totale di non meno di 20mila euro, non poco, come risarcimento, per le maglie ‘strette del Tar del Lazio. Parliamo di una vicenda privata che si è trasformata, così, in un caso politico che tocca il Campidoglio: chi risponde quando un servizio pubblico sbaglia nel momento più delicato, quello della sepoltura della propria madre?

Un dolore che finisce in tribunale e diventa questione pubblica

A Roma perfino il lutto può inciampare nella burocrazia e trasformarsi in un contenzioso con Ama. La sentenza fotografa una storia in cui un cittadino chiede un atto che, in teoria, dovrebbe essere l’abc della democrazia: seppellire la madre nella cappella di famiglia. Invece arriva un ‘No’, poi ritenuto illegittimo dai giudici, e il risultato è una catena di conseguenze concrete e pesanti. Cremazione ‘obbligata’ della propria madre, urna cineraria in casa, anni (nove) di battaglia legale, oltre alle relative spese.

Il vero tema: servizi essenziali e fiducia dei cittadini

Qui non c’è solo un errore amministrativo: c’è una frattura nella fiducia. I servizi cimiteriali gestiti da Ama sono un presidio civile. Quando si inceppano, la città scopre la sua parte più fragile: quella in cui non contano slogan o inaugurazioni. Ma la capacità dell’amministrazione – diretta o “esternalizzata” – di garantire dignità. Il caso rimette al centro una domanda politica: quanto controllo reale esercita il Comune di Roma su ciò che viene fatto “in suo nome” da Ama, società al 100% pubblica?

Una concessione antica, un labirinto moderno

La vicenda nasce da una concessione cimiteriale perpetua degli anni Cinquanta, con capienza limitata e inevitabili tensioni ereditarie. Nel tempo compaiono vincoli, annotazioni, interpretazioni contrastanti e ricorsi. Nel 2016, al momento decisivo, AMA – che gestisce il cimitero dal 1997 – ribadisce una linea restrittiva e nega la tumulazione. Ma nel 2021 il Consiglio di Stato annulla quel diniego: il “no” non regge. A quel punto, resta aperta la ferita: chi risarcisce il prezzo pagato nel frattempo?

Roma Capitale fuori dal conto: responsabilità scaricata o corretta attribuzione?

Nel giudizio sul risarcimento il TAR taglia corto su un punto politicamente sensibile: Roma non è il bersaglio giusto, in questa causa. Secondo i giudici, i danni lamentati derivano dagli atti e dai comportamenti di AMA, la municipalizzata del comune di Roma, in particolare dalla sua nota del 2016. È una decisione che, al di là del tecnicismo, racconta una dinamica tipica a Roma: quando la gestione passa a una società anche se pubblica, anche la responsabilità percepita si sposta, e per il cittadino individuare “chi risponde” diventa parte della fatica.

La condanna: 15 mila euro e rimborsi, più un messaggio che pesa più della cifra

Il TAR riconosce al figlio 15mila euro per danno non patrimoniale legato alla lesione del diritto di vivere il sepolcro come luogo di memoria e culto familiare. Non solo: impone ad AMA di formulare una proposta di risarcimento per le spese documentate di cremazione e, se provate, anche per costi medici collegati alla vicenda. A questo si aggiungono le spese legali liquidate in 3 mila euro. Non è un “maxi assegno” da copertina, ma è un segnale politico forte: il servizio pubblico, quando sbaglia, non può far finta di niente.

La lezione per la città: accountability, non rimpalli

Questa storia parla ai romani più di mille comunicati. Perché mette a nudo la zona grigia dove la gestione di un servizio essenziale può trasformarsi in un rimpallo di competenze, interpretazioni e atti. Il TAR respinge l’idea che l’incertezza o i passaggi giudiziari possano diventare uno scudo permanente. Il punto, oggi, è semplice e politico: se il cittadino paga sulla propria pelle l’errore del sistema, il sistema deve rispondere. Anche – e soprattutto – quando si tratta dell’ultima dignità.