Roma, appalti della Difesa sotto inchiesta, perquisizioni al Ministero, Rfi e Terna: 26 indagati

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Roma, si allarga il fronte dell’inchiesta sugli appalti pubblici legati al Ministero della Difesa. Nella mattinata di giovedì 26 marzo la Guardia di Finanza ha eseguito una serie di perquisizioni che hanno coinvolto uffici e abitazioni riconducibili a 26 indagati, tra dirigenti, manager, funzionari e imprenditori. Al centro dell’indagine ci sono ipotesi pesanti: corruzione, turbativa d’asta, traffico di influenze, riciclaggio e autoriciclaggio. Un quadro che riporta al centro dell’attenzione il tema della trasparenza nelle gare pubbliche, soprattutto in settori sensibili come difesa, infrastrutture e innovazione tecnologica.

Le società coinvolte e il peso dell’indagine

Le attività investigative hanno toccato non solo il Ministero della Difesa, ma anche Rfi, Terna e il Polo Strategico Nazionale. Si tratta di realtà strategiche, centrali per il funzionamento dello Stato e per la gestione di infrastrutture considerate essenziali. Proprio per questo l’indagine assume un rilievo che va oltre il profilo giudiziario: quando i sospetti riguardano la regolarità di bandi pubblici in ambiti così delicati, il problema diventa anche istituzionale. L’obiettivo degli inquirenti è verificare se alcune gare siano state orientate o costruite in modo da favorire soggetti già individuati.

Il meccanismo sospettato dagli inquirenti

Secondo l’impianto investigativo, alcuni appalti sarebbero stati manipolati a monte, intervenendo su documenti tecnici e capitolati di gara. Tra i nomi emersi c’è quello di Riccardo Barrile, manager di Rfi, che secondo gli investigatori avrebbe condiviso in anticipo con un imprenditore la bozza del capitolato tecnico relativo a una gara, consentendo così modifiche favorevoli alle caratteristiche della società interessata. È questo il cuore della contestazione: non solo la possibile corruzione in senso stretto, ma un sistema capace di alterare la concorrenza prima ancora che il bando diventasse pubblico.

I nomi sotto osservazione

L’indagine, coordinata dai magistrati Giuseppe Cascini, Giuseppe De Falco, Lorenzo Del Giudice e Gianfranco Gallo, rappresenta un filone collegato alla già nota inchiesta su Sogei. Tra gli indagati figurano anche il generale Francesco Modesto, Antonio Lanzillotti, il colonnello Fabio Cesare e diversi imprenditori. Compare inoltre il nome dell’ufficiale di Marina Antonio Angelo Masala, già coinvolto nel filone principale dell’inchiesta. Il quadro che emerge è quello di una rete articolata, composta da figure pubbliche e private, nella quale gli investigatori cercano di ricostruire rapporti, scambi e possibili vantaggi ottenuti attraverso l’alterazione delle procedure.

Il precedente Sogei e il nodo delle tangenti

Il nuovo sviluppo investigativo richiama inevitabilmente quanto accaduto nell’ottobre 2024, quando l’ex direttore generale di Sogei, Paolino Iorio, fu arrestato mentre riceveva una tangente da 15 mila euro. Durante le successive perquisizioni, a casa dell’ex manager furono trovati oltre 100 mila euro in contanti. Iorio ha poi patteggiato una pena a tre anni di carcere. Quel precedente, oggi, aiuta a comprendere meglio la cornice di questo nuovo filone: non episodi isolati, ma un possibile metodo che ruoterebbe attorno alla gestione opaca di appalti pubblici e relazioni privilegiate.

La posizione del Ministero della Difesa

Di fronte all’inchiesta, il Ministero della Difesa ha diffuso una nota ufficiale nella quale esprime piena collaborazione con la magistratura. Il dicastero ha assicurato che eventuali responsabilità accertate saranno perseguite con la massima severità, nel rispetto della legge e delle prerogative dell’autorità giudiziaria. È una presa di posizione attesa, ma che non chiude il punto politico e amministrativo della vicenda. Perché al di là delle responsabilità individuali, il tema vero riguarda la tenuta dei controlli interni e la capacità delle strutture pubbliche di prevenire interferenze nelle gare.

Perché questa inchiesta conta davvero

Questa vicenda interessa non solo per i nomi coinvolti, ma per ciò che racconta sul funzionamento della macchina pubblica. Gli appalti, soprattutto nei settori strategici, incidono sulla qualità dei servizi, sulla sicurezza e sull’uso delle risorse collettive. Quando emergono sospetti di bandi pilotati, il danno non è soltanto economico: si incrina la fiducia nelle istituzioni e nella concorrenza. L’inchiesta dovrà ora chiarire ruoli, responsabilità e portata del presunto sistema. Ma un punto è già evidente: la correttezza delle gare pubbliche resta una questione decisiva per la credibilità dello Stato.