Roma blocca per 11 anni la costruzione di case per l’emergenza abitativa: Campidoglio condannato

Roma, emergenza abitativa

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Roma è rimasta ferma per 11 anni – durante il mandato dei sindaci Marino, Raggi e Gualtieri – davanti a un progetto urbanistico legato alla costruzione di case per rispondere al problema dell’emergenza abitativa. Non una bocciatura nero su bianco, ma una vera e propria paralisi amministrativa durata troppo a lungo, dal 2015 al 2026. Il Tribunale amministrativo del Lazio presenta il conto quest’oggi 10 marzo: il Campidoglio dovrà risarcire la società edile danneggiata per il mancato via libera pagando 228mila €.

Il cuore della vicenda: non un “no”, ma anni di immobilismo

La sentenza del TAR Lazio mette un punto su una storia che racconta molto del modo in cui Roma gestisce i dossier urbanistici più delicati. Il caso riguarda la società L. O. srl, proprietaria di un’area di 13 mila e 700 metri quadri in zona Idrovore della Magliana, inserita in un’operazione collegata al Programma di recupero urbano Corviale e poi all’Accordo di Programma del 20 febbraio 2013 per l’emergenza abitativa.

Il progetto, in sostanza, prevedeva edilizia residenziale privata in cambio di un contributo al Comune. Non un regalo al costruttore. Non un via libera senza contropartite. Il meccanismo era chiaro: il privato otteneva la valorizzazione urbanistica e Roma Capitale riceveva alloggi o altre utilità da destinare all’emergenza casa.

Il problema, però, è che il Comune non decideva. Non firmava. Non chiudeva il procedimento. Lasciava tutto sospeso.

Le date dell’inerzia: dal 2015 al 2019

Qui stanno le responsabilità che il TAR del Lazio ha messo nero su bianco. La società aveva cominciato a sollecitare formalmente il Campidoglio già da anni. La prima diffida indicata dal Tribunale è del 23 dicembre 2015, subito dopo la sfiducia del Pd al suo ex primo cittadino Ignazio Marino. Poi ne arrivano altre il 19 gennaio 2016 e il 14 febbraio 2017, quest’ultima sotto l’era Raggi.

Roma, però, resta immobile.

Nel 2018 arriva una prima sentenza favorevole alla società. Il TAR dichiara illegittimo il silenzio del Comune e ordina a Roma di provvedere. La decisione viene notificata all’amministrazione l’8 febbraio 2018. Anche a quel punto, nulla. Gli uffici continuano a non chiudere la pratica.

A quel punto si passa allo stadio successivo. Viene chiesta la nomina di un commissario ad acta. In pratica, un soggetto esterno incaricato di fare quello che il Comune non ha fatto. È il segno più duro del fallimento amministrativo. Se un ente pubblico viene sostituito da un commissario, significa che la macchina si è inceppata del tutto.

E infatti la convenzione urbanistica verrà firmata solo il 26 luglio 2019, non dal Comune di Roma, ma dal commissario nominato dal TAR.

Quattro anni scarsi? No. Per il Tribunale il periodo risarcibile va dal 23 dicembre 2015 al 26 luglio 2019. Ma la storia del blocco affonda le radici ancora prima, nell’Accordo di Programma del 2013 rimasto a lungo senza sbocco operativo.

Il TAR smonta le scuse del Campidoglio

Il passaggio più politico della sentenza è forse questo. Il TAR non si limita a registrare il ritardo. Lo giudica ingiustificato. E parla apertamente di “protratta inerzia dell’amministrazione comunale”.

Non solo. Richiama anche le spiegazioni date dagli uffici e le considera irrilevanti. Uno dei passaggi più netti riguarda i problemi interni legati all’adeguamento delle procedure. Il senso è semplice: il Comune non può scaricare sui cittadini o sulle imprese il prezzo della propria confusione burocratica. Adeguare modulistica, passaggi tecnici e procedimenti è un dovere dell’amministrazione, non una scusa per congelare tutto.

Il Tribunale lo dice in modo chiaro: non si può invocare una sorta di proroga dei termini “non prevista dall’ordinamento”. Tradotto: Roma non poteva mettersi in pausa da sola.

Che progetto era davvero

Qui serve chiarezza, perché nel dibattito pubblico l’urbanistica viene spesso ridotta a uno scontro tra “palazzinari” e Comune. In questa vicenda il progetto riguardava la realizzazione di nuove abitazioni all’interno di un’operazione legata all’emergenza abitativa. La contropartita prevista per il Campidoglio era concreta.

La società aveva assunto l’obbligo di corrispondere il contributo straordinario anche tramite la cessione di alloggi. Alla fine, infatti, la soluzione chiusa dal commissario prevederà la cessione gratuita di 17 unità immobiliari a Roma. Non fumo. Non promesse. Appartamenti veri.

Per questo la sentenza ha un peso politico notevole. Perché racconta di nuove case destinate al fabbisogno abitativo rimaste impantanate non per una scelta urbanistica esplicita, ma per una lunga stagione di uffici fermi, rinvii e atti non conclusi.

La condanna: Roma deve pagare

Alla fine il TAR riconosce il diritto al risarcimento. Non per tutti i milioni richiesti dalla società. Su quel punto il Tribunale è prudente. Boccia i danni futuri troppo ipotetici, come i mancati affitti o i mancati guadagni da una futura vendita degli immobili. Ma riconosce il danno economico certo causato dall’attesa: polizze fideiussorie, interessi passivi, costi direttamente collegati al ritardo.

Il risultato è una condanna da 228.410,45 euro, oltre rivalutazione, interessi compensativi e interessi legali fino al pagamento effettivo. A questi si aggiungono 5mila euro di spese processuali.

La cifra non è enorme per le casse capitoline. Ma il punto politico non è solo economico. È il principio affermato dal TAR: se il Comune resta fermo senza ragione, e quella inerzia produce danni, allora paga.

La lezione politica dietro la sentenza

Questa non è solo una storia tra un costruttore e il Campidoglio. È il ritratto di una città che spesso non dice sì e non dice no. Semplicemente, non decide. E nel frattempo blocca investimenti, interventi, accordi, opere, case.

La sentenza non dice che Roma abbia formalmente rinnegato il progetto. Dice qualcosa di forse ancora più grave: lo ha lasciato marcire per anni dentro i propri uffici. Fino a quando un giudice non ha dovuto ordinare di agire e, alla fine, sostituire il Comune con un commissario.

È qui la vera stangata. Non solo nei 228 mila euro da pagare. Ma nell’immagine di un’amministrazione che, davanti a un intervento legato anche all’emergenza abitativa, non riesce a fare il minimo indispensabile: decidere.