Roma, calcetto proibito a San Giovanni, il Comune smonta le porte del Parco Carlo Felice: scoppia la protesta

Roma, il campo da calcio smontato

Contenuti dell'articolo

A Roma basta davvero poco per trasformare un gesto di cura collettiva in un caso politico. Al Parco Carlo Felice, davanti alla Basilica di San Giovanni, due porte da calcetto sono diventate l’ennesimo terreno di scontro tra cittadini e amministrazione. Le reti – acquistate e installate dai residenti – sono state rimosse su indicazione del Comune. E in poche ore la domanda è rimbalzata ovunque: che cosa può fare di così grave un campetto improvvisato, se per anni è stato vissuto senza problemi da bambini e ragazzi?

Quando il volontariato incontra la “regola”

Gli “Amici del Parco Carlo Felice”, un’associazione che da tempo si prende cura di quell’area verde, raccontano una storia che a Roma suona fin troppo familiare: la città chiede partecipazione, salvo poi irrigidirsi quando la partecipazione prende forma. A fine dicembre i volontari avevano sostituito le porte già presenti con due nuove, più sicure e omologate. Ma la comunicazione arrivata dall’assessorato all’Ambiente è stata netta: vanno rimosse. Risultato? Un volontario è andato all’alba al parco e le ha smontate prima degli operai.

Il “Torneo delle Strade” e il calcio che include

Il paradosso è che quelle porte non erano un capriccio estetico, né un abuso commerciale: erano la base di un’esperienza sociale che nel quartiere Esquilino ha costruito una piccola comunità intorno allo sport. Lì infatti si gioca da tempo il “Torneo delle Strade”, un’iniziativa popolare, gratuita e aperta a bambini, famiglie e residenti. In altre parole: non solo pallone, ma inclusione e presidio civico.

Area di pregio, decoro e la paura dell’imprevisto

Dal Campidoglio la motivazione richiama il rispetto delle regole in un’area urbana “di pregio”, potenzialmente soggetta a vincoli e attenzioni particolari. E qui si apre il cuore politico della vicenda: Roma, quando parla di “pregio”, spesso finisce per confondere tutela con immobilismo. Il punto critico, spiegano, sarebbe stato il passaggio da porte amovibili a una sistemazione più stabile. Ma è difficile non vedere l’ironia: nessun allarme quando le porte erano meno sicure; stop immediato quando diventano migliori.

La PEC del Comune: sicurezza o scaricabarile?

In una PEC citata dagli attivisti, l’amministrazione ricostruisce che l’area era stata indicata come idonea al gioco del pallone durante la riqualificazione e che per circa tre anni erano presenti porte amovibili, utili anche ai tornei patrocinati dal Municipio I e da Zetema. Poi l’“evoluzione”: nuove reti, fissate in modo permanente. Ed è lì che si rompe l’equilibrio. Per l’associazione, però, l’errore non è la norma: è il metodo. Nessun tavolo, nessun percorso condiviso, solo la rimozione come risposta automatica.

Il vero tema: una città che ascolta o una città che punisce?

La partita, in realtà, non si gioca tra chi ama le regole e chi ama il pallone. Si gioca tra due idee di città. Da un lato una Roma che chiede ai cittadini di “adottare” spazi verdi e prendersene cura; dall’altro una macchina che, quando quei cittadini provano a migliorare davvero la qualità della vita quotidiana, reagisce con il riflesso burocratico. E così il calcetto diventa simbolo: di quanto lo spazio pubblico sia ancora conteso, e di quanto sia fragile il patto tra istituzioni e comunità.