Roma, ciclabile di via Guido Reni, il Campidoglio autorizza 5 settimane extra di cantiere, i residenti: “Ridateci i parcheggi”
Roma, la ciclabile del GRAB su via Guido Reni non è ancora “ultimata”: un atto del Campidoglio prolunga il cantiere e, con lui, disagi e cantieri mobili, dal 7 febbraio al 15 marzo 2026. Tradotto: altre cinque settimane abbondanti di convivenza forzata tra asfalto, transenne e pazienza dei residenti. Questo cantiere sembra diventato quasi una via Crucis. Non è una brutta notizia dall’oncologo, la decisione del Campidoglio: è ‘solo’ una decisione amministrativa, fredda e lineare. Ma l’effetto, in strada, tra i cittadini, è sempre lo stesso: la città si ferma e aspetta senza sapere, di preciso, che ne sarà del suo futuro.
Cinque settimane in più: il tempo elastico dei cantieri
Il provvedimento del campidoglio è ‘semplice:’ per consentire di “proseguire i lavori stradali” legati al Grande Raccordo Anulare delle Biciclette (GRAB), si allungano le regole provvisorie di traffico. In pratica, si rinnova quel copione romano che i cittadini conoscono a memoria: la promessa di un’opera pubblica per il Campidoglio virtuosa, il calendario che slitta, e la vita quotidiana dei romani che si adatta. Il cantiere non è più un evento: diventa un’abitudine, quasi un ‘arredamento urbano’.
Il dettaglio che pesa: parcheggi cancellati, rimozione sempre pronta
Il cuore operativo sta in una riga che, per chi abita o lavora lì, vale più di cento comunicati: divieto di sosta con rimozione attiva 24 ore su 24 sul lato destro, civici pari, tra i numeri 4B e 18. Una fascia di strada “riservata” ai mezzi dei lavori, mentre gli altri — residenti, clienti, passanti — fanno il giro largo, letteralmente e mentalmente. È la microfisica del disagio: non blocca la città intera, ma ti sposta la giornata di qualche chilometro. E coi residenti gridano a gran voce: “Ridateci i parcheggi”.
Il GRAB: l’idea buona che inciampa nella pratica
Sulla carta il GRAB è una storia positiva: un grande anello ciclabile che dovrebbe cucire quartieri e mobilità dolce in una capitale spesso ostaggio dell’auto. Il problema è che la bontà dell’idea non immunizza dai difetti di esecuzione. Perché quando la città vede diminuire i parcheggi e i lavori sembrano non finire mai, l’entusiasmo si sgonfia. E la ciclabile, da simbolo di futuro, rischia di diventare l’ennesimo test di resistenza civica.
Il paradosso romano: la città “culturale” e la corsia di transenne
Via Guido Reni non è una via qualunque: è un corridoio urbano frequentato, con musei, eventi, traffico che già di suo chiede equilibrio. Inserire un cantiere lungo e rinnovato significa chiedere al quartiere una disciplina aggiuntiva: più attenzione, più deviazioni, meno sosta, più nervi saldi. E qui nasce l’ironia amara: Roma vuole cambiare passo, ma continua a farlo con la stessa lentezza rituale, con gli stessi errori del passato, come se ogni innovazione dovesse prima superare il purgatorio delle transenne e di meno posti auto, in una città in cui i mezzi pubblici non funzionano a dovere.
La domanda politica: chi misura il prezzo del “progresso”?
Alla fine resta una questione che non è tecnica, ma politica: quanto costa, in fiducia, ogni rinvio, ogni posto auto perso per la ciclabile infinita? Non in euro, ma in credibilità. Perché il cittadino capisce i lavori, accetta la trasformazione, perfino sopporta il rumore—se vede una traiettoria chiara, un rispetto delle istituzioni. Quando invece i progetti vengono calati dall’alto, i posti auto diminuiscono, i tempi diventano gommosi, il rischio è che l’opera pubblica venga percepita non come servizio, ma come prova di forza della macchina amministrativa. E Roma, e i romani di prove, ne hanno già abbastanza: ora servirebbero risultati, visibili e puntuali. E rispetto delle istituzioni nei confronti dei residenti.