Roma, Coin chiude a Prati, 200 lavoratori in allarme: cosa c’è dietro l’addio a via Cola di Rienzo e l’ipotesi Zara

Roma, l'ingresso Coin di Prati

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Nel cuore di Prati, tra il passaggio continuo di residenti, professionisti e turismo di prossimità, la chiusura del punto vendita Coin di via Cola di Rienzo assume un significato che va oltre la semplice cessazione di un’attività commerciale. I cartelli con sconti fino al 70%, formalmente legati ai saldi di fine stagione, raccontano in realtà una dismissione ormai imminente: il negozio abbasserà le serrande il 4 aprile. Un passaggio che segna un nuovo arretramento del marchio a Roma e che apre interrogativi non solo sul destino dell’immobile, ma soprattutto sul futuro occupazionale delle lavoratrici coinvolte.

Il lavoro femminile al centro della vertenza

Il punto più delicato della vicenda riguarda il costo sociale della chiusura. Sessantasette dipendenti rischiano la cassa integrazione, mentre l’intero perimetro romano del gruppo coinvolge circa 200 lavoratrici. Non si tratta di un dato astratto. Dietro i numeri ci sono donne sopra i 50 anni, spesso con decenni di anzianità aziendale, famiglie da sostenere, mutui da onorare e condizioni personali rese più fragili da separazioni o carichi familiari esclusivi. In questo quadro, la crisi Coin diventa una questione politica nel senso più concreto del termine: riguarda il lavoro, la tenuta sociale e il ruolo delle istituzioni davanti alla ritirata di un grande operatore commerciale.

Il nodo industriale e il silenzio dell’azienda

La motivazione ufficiale parla di mancato accordo commerciale sull’immobile di Prati. Una spiegazione che, da sola, non basta però a dissolvere i dubbi. Negli ultimi dodici mesi Coin ha già chiuso sei punti vendita in Italia, tre dei quali a Roma. A ciò si aggiungono le chiusure di altri negozi in aree strategiche, come corso Vercelli a Milano e Verona. Il problema, dunque, appare più strutturale che immobiliare. Sindacati e dipendenti lamentano l’assenza di un piano industriale chiaro, capace di indicare quale direzione intenda prendere il gruppo e quale spazio abbia ancora il marchio in un mercato sempre più competitivo.

Roma tra riassetto urbano e desertificazione commerciale

La vicenda si inserisce in una trasformazione più ampia del commercio cittadino. Via Cola di Rienzo, asse storico dello shopping romano, è da anni attraversata da una progressiva riconfigurazione, in cui i grandi marchi internazionali avanzano mentre arretrano le formule distributive più tradizionali. L’ipotesi che al posto di Coin possa arrivare Zara, al momento non confermata, rafforza questa lettura: non una semplice sostituzione di insegne, ma il segnale di un riequilibrio del mercato fondato su maggiore redditività, marchi globali e minore radicamento territoriale. È il classico passaggio in cui la città cambia pelle, ma non sempre tutela chi quella pelle l’ha tenuta viva lavorando ogni giorno.

I sindacati chiedono risposte, non promesse

Dopo il confronto con il Ministero, la vertenza è ancora aperta e il prossimo incontro fissato per il 18 marzo sarà decisivo per capire se esistano margini reali di tutela. Le dipendenti chiedono serietà, prima ancora che rassicurazioni. Il possibile riassorbimento negli altri punti vendita di San Giovanni e Cinecittà resta tutto da verificare, anche perché l’età media elevata e l’organizzazione dei turni rendono ogni ricollocazione più complessa. Non è solo una trattativa aziendale: è il banco di prova della capacità della politica di governare le crisi del commercio senza scaricarne il peso sulle fasce più esposte del lavoro dipendente.

Oltre la chiusura, la domanda che resta aperta

Il caso Coin a Prati mette dunque in fila tre questioni decisive: la fragilità del lavoro femminile maturo, l’assenza di strategie industriali leggibili e la trasformazione commerciale di Roma. Non basta sapere quale insegna arriverà dopo. La domanda vera è un’altra: che città si sta costruendo quando si sostituisce un presidio occupazionale con una nuova rendita commerciale senza chiarire il destino di chi resta indietro? È su questo terreno che una chiusura apparentemente locale diventa un caso emblematico, capace di parlare all’intera capitale e al rapporto, sempre più instabile, tra mercato, lavoro e responsabilità pubblica.