Roma, commercianti abbandonati e senza posto nel mercato: in Tribunale il Comune incassa una figuraccia (più condanna)

Roma, sullo sfondo il mercato di Campo de Fiori, in primo piano l'assessore al Commercio Lucarelli

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A Roma succede anche questo: per ottenere i propri posti nel mercato – i “posti fissi alternati” non alimentari – alcuni commercianti sono stati costretti a trascinare il Campidoglio davanti al Tribunale Amministrativo del Lazio visto che il Comune non si degnava nemmeno di rispondere alle lore legittime sollecitazioni. Il Campidoglio, alla fine, ha risposto – ma solo a causa in corso, davanti ai giudici. Palazzo Senatorio è stato condannato a pagare ai commercianti 1000 euro di spese. Questo è quanto riporta una sentenza del Tar del Lazio pubblicata il 21 gennaio. I commercianti non hanno avanzato al Campidoglio una richiesta straordinaria, non hanno chiesto un “favore”, ma solo di far valere autorizzazioni già rilasciate dal Comune di Roma. E allora la domanda è inevitabile: se il diritto al commercio su area pubblica è previsto dalle regole del Piano Commercio, com’è possibile che debba essere un giudice a ricordarlo a Roma Capitale d’Italia?

La sentenza: Roma si muove solo dopo il ricorso

Ma il punto politico resta intatto: il TAR condanna Roma al pagamento delle spese legali, certificando nei fatti che l’amministrazione si è attivata solo quando messa alle strette. Un copione già visto, dove la macchina pubblica accelera soltanto quando sente il fiato del tribunale sul collo.

La Giunta Gualtieri e l’assessora Lucarelli: chi risponde del corto circuito?

Qui entra in gioco la responsabilità politica. Perché questa non è solo una “pratica” finita male: è un segnale di disfunzione strutturale. La Giunta guidata da Roberto Gualtieri governa Roma anche attraverso la promessa di rimettere ordine nello spazio pubblico e nel commercio.

Eppure, mentre si parla di regole e rilancio, i commercianti finiscono intrappolati tra portali, uffici e rimpalli. Monica Lucarelli, assessora alle Attività Produttive e Pari Opportunità, è il volto istituzionale di questa filiera: se il Comune non garantisce l’accesso e l’operatività a chi è autorizzato, non è un incidente di percorso. È un fallimento politico e amministrativo.

Il paradosso SUAP: la tecnologia che invece di semplificare blocca

Il cuore della vicenda è anche digitale: il SUAP, lo sportello unico per le attività produttive, dovrebbe essere la porta d’ingresso semplice, veloce e trasparente per chi lavora. Invece, nella Roma reale, può diventare un cancello sbarrato: se non accedi, se non riesci a completare gli adempimenti, di fatto non lavori. E quando il Comune non risponde, il commerciante resta sospeso: autorizzato sulla carta, paralizzato nei fatti. Roma Capitale ha un servizio dedicato proprio al commercio su aree pubbliche. Ma la distanza tra ciò che è “previsto” e ciò che è “possibile” continua a divorare giornate di lavoro e redditi.

Mercati e decoro post Giubileo: Roma sceglie davvero da che parte stare?

Mentre in Campidoglio si racconta l’ambizione di “mettere ordine” nei piani municipali del commercio, la realtà presenta il conto. In alcune comunicazioni istituzionali si rivendica un lavoro di mappatura e riorganizzazione senza precedenti. Bene: ma se poi chi ha i titoli in regola deve fare causa per esercitare un’attività, il racconto si sbriciola.

Roma, soprattutto dopo aver concluso le grandi sfide di attrattivi e gestione urbana legate al Giubileo, dovrebbe ora puntare solo a proteggere il commercio di prossimità come infrastruttura sociale, non trattarlo come una seccatura da smaltire. Perché quando lo Stato locale diventa un muro, l’unica alternativa rimasta è il tribunale. In fin dei conti ora resta un’ultima domanda: il conto dei 1000 euro di spese legali chi li pagherà? I cittadini di Roma, non certo l’assessore Lucarelli.