Roma, commercianti del ghetto contro Campidoglio e Municipio: “Sentenze ignorate”. La Giunta rischia il commissariamento
Roma, Roberto Gualtieri, la sua assessore al Commercio Monica Lucarelli e la presidente del I Municipio Lorenza Bonaccorsi hanno un conto alla rovescia addosso: entro 30 giorni Roma dovrà consegnare ai giudici del Consiglio di Stato (secondo e ultimo grado della Giustizia amministrativa) una relazione completa su come sta eseguendo le sentenze precedenti che impongono al comune di Roma di chiudere davvero (e con confronto) la partita della rilocalizzazione delle bancarelle degli “urtisti” , i commercianti del ghetto. Se la risposta sarà evasiva o insufficiente, il rischio politico è concreto: un commissario ad acta potrebbe sostituirsi all’amministrazione capitolina nelle scelte operative. In soldoni, è questo quanto prevede una ordinanza del Consiglio di Stato di oggi 2 gennaio. Il termine concesso al Campidoglio scadrà quindi il prossimo 1 febbraio.
Ghetto e centro storico: la protesta diventa un caso politico
Il fronte dei commercianti – storici concessionari di posteggio, in particolare nell’area del Ghetto e nelle zone a massimo passaggio – sostiene che Campidoglio e Municipio non stiano rispettando i “precetti” già fissati dai tribunali.
In altre parole: non basta promettere ordine e regole nuove, bisogna dimostrare di aver applicato ciò che i giudici hanno già imposto. Nel centro di Roma, dove ogni metro quadro è conflitto tra funzioni (turismo, decoro, lavoro, residenzialità), la disputa smette di essere “di categoria” e diventa scelta di governo.
La responsabilità della filiera: Campidoglio, assessorato, Municipio
Qui la politica non può nascondersi dietro gli uffici. La competenza amministrativa ricade su Roma Capitale, ma la catena decisionale è chiara: il sindaco guida l’indirizzo, l’assessorato costruisce le regole e il Municipio gestisce territorio e mediazione quotidiana. Se i giudici arrivano a ipotizzare misure sostitutive, il messaggio è uno solo: la politica non sta chiudendo la partita. E quando la giustizia amministrativa deve “spingere” l’amministrazione a fare ciò che è già stato ordinato, la responsabilità diventa prima di tutto politica.
Non solo “dove metterli”: i giudici chiedono prove, non slogan
Il Consiglio di Stato non chiede un comunicato, chiede dati verificabili: quante concessioni, dove erano i posteggi prima, dove sono oggi, e soprattutto quanto siano stati spostati rispetto ai poli che contano davvero nel centro: flussi turistici e religiosi. Per questo entrano in scena le distanze da basiliche e luoghi di culto inseriti nei percorsi dei pellegrini: una misura “oggettiva” per capire se la rilocalizzazione sia equivalenza o penalizzazione. È una richiesta che mette in difficoltà chi governa: non puoi cavartela con “abbiamo fatto ordine”.
Il confronto che brucia: perché misurare anche cibo e bevande
C’è un altro punto politicamente esplosivo: i giudici vogliono anche una fotografia delle postazioni di somministrazione di alimenti e bevande e delle loro distanze dagli stessi luoghi attrattori. Tradotto: si vuole capire se il riequilibrio del centro colpisce alcuni e risparmia altri, se esiste una doppia velocità tra chi vende souvenir e chi vende cibo. In un’epoca in cui Roma discute ogni giorno di overtourism e monocultura commerciale, questo confronto diventa un test di coerenza per la maggioranza capitolina.
La partita della partecipazione: il nervo scoperto di Gualtieri
Il passaggio più delicato non è urbanistico, è democratico: le sentenze richiamate impongono una soluzione “definitiva” e con garanzie partecipative. E infatti i giudici chiedono di elencare riunioni, inviti, presenze, proposte fatte e perfino posteggi eventualmente rifiutati. È qui che la responsabilità politica pesa di più: se emerge che il confronto è stato formale, tardivo o incompleto, l’immagine è quella di un Campidoglio che governa per atti e non per consenso. Una contraddizione rispetto alla narrazione della trasparenza spesso evocata nel riordino del commercio.