Roma corre in banca per 6,7 milioni (semafori e dossi), ma la delibera era ‘monca’: la Giunta Gualtieri corre ai ripari

Un semaforo, con countdown, come quelli in programma a Roma

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Roma, un mutuo considerevole da 6,7 milioni di euro per nuovi impianti semaforici e dossi, attraversamenti pedonali luminosi e tecnologie per il controllo del traffico, tutto opere ordinarie pagati a debito. Sulla carta un investimento che punta a migliorare sicurezza e scorrimento in una città dove ogni incrocio può diventare un punto critico. Ma l’operazione è diventata anche un caso politico-amministrativo. La Giunta capitolina è stata infatti ‘costretta’ a rettificare il 23 dicembre una propria delibera del 4 dicembre dopo aver riconosciuto che il testo approvato in precedenza era incompleto. Tra l’altro, gli atti sono stati pubblicati dal Campidoglio a scoppio ritardato, solo il 13 gennaio.

In un momento in cui Roma chiede credito e accumula nuove rate, certe leggerezze pesano come macigni. Perchè queste delibere servono, in soldoni, per giustificare altrettante linee di credito presso istituti bancari.

“Serve il progetto completo”: quando il debito impone trasparenza

Non è una questione da soli addetti ai lavori. La rettifica serve a un punto fondamentale: quando un Comune va a finanziamento, non basta indicare una cifra e un titolo. Serve un progetto completo, chiaro, trasparente e difendibile, perché la filiera del debito — tra Ragioneria, procedure e contrazione di prestito — pretende atti blindati. Tradotto: se vuoi aprire linee di credito devi essere in grado di raccontare, nero su bianco, cosa stai finanziando e perché. E questo non è un capriccio burocratico: è una forma minima di tutela dell’interesse pubblico.

Mutui su mutui: Roma chiede credito anche per l’ordinaria amministrazione

Il tema, però, va oltre i semafori e i dossi. Roma sta ricorrendo sempre più spesso ai mutui e al debito anche per interventi che, nella percezione dei cittadini, somigliano all’ordinaria amministrazione: manutenzione, ripristini, adeguamenti tecnologici. Nulla di illegittimo, se le scelte sono razionali e sostenibili. Ma il punto politico è che una città con un carico storico di debito e con margini non infiniti deve alzare, non abbassare, l’asticella di chiarezza e trasparenza. Più cresce il ricorso al credito, più diventa doveroso spiegare ogni passaggio senza zone grigie.

Gualtieri e Patanè: responsabilità politica, non solo “errore tecnico”

Qui entrano in scena le responsabilità della maggioranza capitolina, del sindaco Roberto Gualtieri e dell’assessore alla Mobilità Eugenio Patanè. La narrativa dell’“errore informatico” può anche essere formalmente vera, ma politicamente non basta. Perché se la macchina amministrativa inciampa proprio su un atto che serve ad attivare un finanziamento di questo livello e consistenza, significa che i controlli a monte non hanno funzionato come avrebbero dovuto. E quando la città vive di equilibri delicati tra investimenti e rate, tra nuove opere e conti da tenere in ordine, la precisione non è un dettaglio: è una responsabilità di governo.

Il punto democratico: senza dettagli si indebolisce il controllo dei cittadini

La vicenda dei “semafori a debito” è un promemoria utile: il denaro preso a prestito non cade dalle nuvole, perché oggi consente spesa ma domani produce vincoli e rate. E quei vincoli ricadono sulla collettività, direttamente o indirettamente, in bilancio e in capacità di investimento futuro. Per questo è giusto pretendere trasparenza piena, senza scorciatoie: dove si interviene, con quali priorità, con quali costi reali, e con quale strategia complessiva. Non si tratta di sfiducia ideologica: è l’ABC del controllo democratico quando un’amministrazione “va in banca” e mette la città in rata.