Roma, corteo per le donne di Teheran sabato 17 gennaio in piazza Ostiense: attese Dacia Maraini e Cristina Comencini
Roma, sabato 17 gennaio, alle ore 10, piazzale Ostiense sarà il punto di partenza di una manifestazione dedicata alle donne iraniane e alla loro rivolta contro la repressione. La marcia, promossa dai Radicali e sostenuta da diversi gruppi femminili italiani, punta a trasformare la solidarietà in presenza fisica: corpi in strada, striscioni, voci e nomi pronunciati ad alta voce. Un modo per rompere l’isolamento di chi, in Iran, prova a farsi sentire mentre internet viene oscurato e le informazioni faticano a uscire.
Il bilancio che fa paura: morti e arresti in aumento
Dall’Iran arrivano numeri che pesano come pietre: l’ong Hrna ha verificato la morte di 648 persone e l’arresto di 10.694 manifestanti dal 28 dicembre, primo giorno delle proteste. E, come spesso accade quando un Paese chiude le comunicazioni e rende rischiosa qualsiasi testimonianza, il sospetto è che il conteggio reale sia più alto. Tra gli arrestati ci sarebbero tante ragazze, molte studentesse giovanissime. Nelle città iraniane la protesta non è più solo un grido politico: è una lotta per restare vivi e per non sparire dietro una porta di prigione.
“Sparano sulla folla”: la repressione raccontata dalle attiviste
Nell’appello che accompagna la mobilitazione romana, le parole sono nette e senza filtri: “Le guardie del regime sparano sulla folla”. È il cuore del racconto che circola tra attivisti e reti di solidarietà: manifestanti trascinati via, famiglie che cercano i propri cari tra ospedali e obitori, madri che inseguono un nome in una lista che non arriva mai. Il potere, si denuncia, tenta di cancellare il massacro oscurando internet. Ma chi protesta prova comunque a far passare frammenti di verità: video, messaggi, testimonianze spezzate.
La libertà femminile come linea di confine: il messaggio di RadFem
RadFem insiste su un punto politico preciso: la libertà delle donne non è una “questione di costume”, ma il fondamento di tutto. “Un potere che pretende di regolare il corpo femminile pretende di regolare la vita intera”, è la tesi. Non è solo la battaglia contro la polizia morale: è il rifiuto di una società in cui il controllo del corpo diventa controllo del destino. Ogni gesto di disobbedienza viene letto come una rivendicazione di esistenza: non martirio, ma vita. E un avvertimento al mondo: assistere in silenzio significa diventare complici.
Le adesioni “pesanti”: intellettuali e volti noti in piazza
Alla manifestazione di sabato hanno annunciato adesione anche figure note del panorama culturale e civile italiano. Tra i nomi citati: Dacia Maraini e Cristina Comencini, ma anche Cavarero, Sabbadini, Concia, Melandri, Tavella. Presenze che, nelle intenzioni degli organizzatori, servono a dare risonanza e credibilità alla piazza: non un evento di nicchia, ma un segnale politico e culturale. L’obiettivo è amplificare l’eco della protesta iraniana e impedire che venga archiviata come “crisi lontana”.
Non solo una marcia: perché Roma vuole diventare un megafono
Il senso della mobilitazione è semplice e ambizioso: costruire una pressione pubblica che non si consumi in una giornata. Gli organizzatori mirano a tenere alta l’attenzione, a far circolare nomi e storie, a trasformare l’indignazione in continuità. Piazza Ostiense, sabato, proverà a essere un megafono: per chi in Iran rischia di essere cancellato dal buio mediatico e dalla paura. Perché, quando il potere spegne la rete, la piazza diventa l’ultimo modo per “accendere” il mondo.