Roma, crollo alla Torre dei Conti, l’inchiesta si allarga: 9 indagati e l’appalto PNRR sotto pressione
Roma, l’inchiesta sul crollo parziale della Torre dei Conti cambia passo e si allarga: gli indagati diventano nove. Dopo il primo blocco di iscrizioni, i carabinieri hanno notificato altri cinque avvisi di garanzia, spostando il baricentro dell’indagine dal solo “disegno” del restauro a ciò che accadeva concretamente in cantiere. La Procura di Roma procede per disastro colposo, omicidio colposo e lesioni colpose: una triade che, in casi come questo, non è soltanto un elenco di reati, ma la fotografia di un sistema di controlli da verificare pezzo per pezzo.
Non più solo progetti e carte: sotto esame i lavori sul campo
Il punto politico, prima ancora che giudiziario, è la direzione presa dagli accertamenti: l’inchiesta non resta confinata nelle firme e negli elaborati, ma punta dritto sulla gestione operativa del restauro. I nuovi indagati sarebbero legati all’esecuzione dei lavori di ristrutturazione in corso al momento dei crolli. L’obiettivo è chiarire se le scelte adottate sul campo — tempi, modalità, misure di prevenzione — siano state coerenti con la fragilità del monumento e con le procedure di sicurezza che un cantiere del genere impone, senza sconti.
La catena delle responsabilità: tecnici, ruoli e passaggi chiave
La prima tranche dell’inchiesta aveva già indicato una filiera di responsabilità collegata alle fasi progettuali: tra i nomi finiti nel registro degli indagati figurano due architetti della “Licciardello progetti società di ingegneria srl”, indicati come responsabili della validazione del progetto, l’architetto Federico Gigli come Responsabile unico del progetto e l’ingegnere Stefano De Vito, che firmò la relazione sull’idoneità statica. Ora, con l’ingresso di altri cinque indagati, il messaggio implicito è chiaro: non basta capire “cosa” era previsto, bisogna capire “come” si stava lavorando davvero.
La domanda che pesa su Roma: si è sottovalutata la fragilità della Torre?
C’è un nodo che attraversa tutta la vicenda: la condizione strutturale della Torre era da tempo descritta come critica. In relazioni preparatorie al progetto esecutivo, risalenti all’agosto 2023, si parlava di gravi carenze, degrado diffuso e della scarsa resistenza dei solai, nonostante precedenti interventi di consolidamento. Se quelle valutazioni erano già note, allora la politica e le istituzioni dovranno spiegare non solo chi ha sbagliato, ma come si è deciso di intervenire su un edificio così delicato, in quale cornice di controlli e con quali garanzie operative.
I crolli e la tragedia: un restauro diventato incubo
Il 3 novembre, in un arco di tempo limitato ma sufficiente a segnare per sempre la storia del cantiere, si sono verificati più cedimenti: prima il contrafforte su largo Corrado Ricci, poi le scale ancorate alla parete e, a distanza di oltre 20 minuti, i solai che non sarebbero stati puntellati dopo la rimozione dell’amianto dai pavimenti. In quella sequenza, la vicenda ha smesso di essere un semplice “incidente” e si è trasformata in una tragedia: è morto l’operaio 66enne Octay Stroici. E quando un uomo perde la vita sul lavoro, la città non può archiviare tutto come fatalità.
La messa in sicurezza e il “dopo”: istituzioni sul posto, ma servono risposte
Mentre l’indagine si allarga, sul fronte operativo si lavora per rendere stabile l’area e riaprire il transito. Vigili del fuoco e tecnici stanno intervenendo con irrigidimenti, puntellamenti delle facciate danneggiate, rimozioni di elementi distaccati e strutture metalliche lungo l’affaccio di via Tor de’ Conti. I sopralluoghi delle istituzioni raccontano un’urgenza: evitare nuovi rischi e proteggere un bene storico di grande rilievo. Ma la vera “messa in sicurezza”, quella politica, è un’altra: trasparenza su responsabilità, controlli e scelte. Perché Roma non ha bisogno di slogan, ma di certezze.