Roma, dalla Curva Nord al ‘NO’ al referendum: la protesta anti-Lotito continua a imbarazzare Forza Italia

In primo piano il presidente Lotito, sullo sfondo un'urna elettorale

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Più che una leggenda, è un dato di cronaca che merita di essere guardato per quello che è: non la causa della sconfitta del Sì al referendum sulla Giustizia, ma il segnale di una protesta che ha cercato nelle urne un altro megafono. Parliamo delle tante schede annullate dai tifosi biancocelesti di cui si vocifera da giorni dentro e fuori gli stadi e perfino alla Camera e al Senato. Gli ultrà avrebbero scelto di non votare ‘Sì’ o ‘No’ al referendum, ma di scrivere sulla scheda ‘Lotito vattene”, in segno di estrema protesta politica contro un presidente decisamente sgradito. Voci, certo, ma che parlano di migliaia e migliaia di casi, a Roma e provincia.

Ultrà biancocelesti contro Lotito allo stadio e sui manifesti

Di sicuro, per settimane una parte del tifo organizzato laziale ha disertato l’Olimpico, lasciando la Curva Nord vuota. Poi quella rabbia è entrata addirittura nel dibattito sul referendum sulla giustizia, con manifesti affissi in tutta Roma e provincia e striscioni rivolti a Forza Italia e al suo senatore-presidente Claudio Lotito. Ancora oggi i tifosi della Lazio non mollano la protesta anti-Lotito. Le proteste contro Lotito continuano, sostenute dalla stampa filo laziale.

Il bersaglio era politico prima che calcistico

Il punto, di sicuro, non è stabilire se gli ultrà abbiano spostato davvero il risultato nazionale. Il punto è che hanno scelto consapevolmente di politicizzare il conflitto con Lotito. I messaggi comparsi a Roma e nel Lazio erano espliciti: “Finché c’è Lotito non avrete il nostro voto”, fino allo striscione che legava apertamente il No al referendum alla presenza del patron biancoceleste dentro Forza Italia. Era una protesta pubblica, visibile, reiterata. E il partito di Tajani non poteva far finta di non sapere quanto fosse profonda la rottura tra Lotito e una parte della sua tifoseria.

Da patron a problema di partito

È qui che la storia si fa più interessante. Perché subito dopo il referendum Lotito è tornato quasi con prepotenza al centro delle cronache politiche, indicato come protagonista assoluto della raccolta di firme che ha portato all’uscita di Maurizio Gasparri dalla guida dei senatori azzurri e all’ascesa di Stefania Craxi. Insomma, il presidente contestato allo stadio e sui manifesti è diventato anche un attore del nuovo riassetto interno di Forza Italia. E allora la vera notizia non è che gli ultrà abbiano deciso il referendum: è che attorno a Lotito, da tempo, il confine tra pallone e potere si è fatto così sottile da saltare del tutto.

Un nodo noto ai vertici del partito

In realtà, il cortocircuito era noto da tempo, tanto ai vecchi equilibri quanto ai nuovi assetti di Forza Italia. La candidatura di Claudio Lotito al Senato in Molise, pur essendo un dirigente romano, nato a Roma, non poteva essere letta come una scelta casuale o puramente territoriale: era già allora il segno di una decisione tutta politica, assunta sapendo bene quanto il suo nome fosse divisivo nella Capitale e soprattutto presso una parte rilevante della tifoseria laziale. Per questo la protesta esplosa attorno al referendum non può essere liquidata come un incidente imprevedibile: il partito conosceva il problema, ne aveva misurato il peso e ha comunque deciso di conviverci, accettando il rischio che la frattura tra Lotito, la piazza sportiva e il consenso politico finisse prima o poi per presentare il conto.