Roma, dopo 8 anni sanate 55 ville “abusive” di Tor Vergata: ma decide il Commissario al posto del Campidoglio
Roma, 31 dicembre 2025, il Tribunale Amministrativo del Lazio ha preso atto che il Commissario nominato per sostituire l’inerzia del Campidoglio ha concluso l’incarico e ha portato a termine la sanatoria del comprensorio di via di Carcaricola, a Tor Vergata, composto da 55 ville. Tradotto: dopo anni di limbo, la pratica si chiude e le case diventano regolari. E il Tribunale mette anche un punto politico: il compenso del Commissario lo paga il Comune di Roma (ossia i romani). Ma partiamo dall’inizio.
Da “nuovo quartiere” a caso-bomba (2005–2012)
Il comprensorio “Casale Tor Vergata” nasce e prende forma nel tempo. Le villette in via di Carcaricola 195 risultano costruite nel 2005. Le prime famiglie iniziano a comprare a partire dal 2007, con rogiti notarili regolari e mutui accesi come in qualunque acquisto. Poi arriva lo shock: nel 2012. Il Comune qualifica quelle case come abusive e parte l’ombra delle demolizioni. È qui che si apre la ferita: cittadini che si sentono “in regola” e istituzioni che dicono il contrario.
Il 2017: la paura delle ruspe diventa una storia pubblica
L’incubo esplode anche mediaticamente quando la vicenda viene raccontata ai romani. Nel 2017 i media parlano apertamente di famiglie che rischiano di perdere tutto dopo aver comprato “dal notaio”. È l’anno in cui la questione smette di essere un problema privato e diventa politico. Perché non stiamo parlando di due baracche spuntate nella notte. Ma di un intero comprensorio venduto, abitato, vissuto. E l’opinione pubblica inizia a chiedersi: chi doveva controllare prima, e perché si arriva sempre quando il danno è fatto?
Mutui, bambini e un limbo che dura anni (2012–2024)
Dal primo atto del Comune (2012) in poi, per le famiglie la vita diventa un esercizio di resistenza: continuare a pagare rate e bollette, crescere figli, provare a vivere “normalmente” con una spada sulla testa. Nel frattempo, il caso passa di mano in mano tra uffici e amministrazioni diverse (2012–2024), ma la sensazione dei residenti resta la stessa: il tempo scorre, la soluzione no. E intanto la periferia paga due volte: prima con i sacrifici per comprare, poi con l’ansia di essere spazzata via.
I giudici: “Il Comune deve chiudere la partita” (2017–2019)
Nel percorso giudiziario, ci sono due anni-chiave: il 2017 e il 2019. Nel 2017 arriva una sentenza del Tar del Lazio che diventa definitiva perché non viene impugnata dal Campidoglio (guidato all’epoca dall’ex sindaca Raggi) e nel 2019 arriva il passaggio decisivo, il Tribunale nomina un Commissario che sostituisca l’inerzia del Comune di Roma.
Quando lo Stato sostituisce il Campidoglio (2019–2025)
Qui sta il cuore politico della storia: il Commissario ad acta entra perché il Comune di Roma non chiude da solo la sanatoria delle case. Negli anni successivi il Commissario nominato dal tribunale chiede chiarimenti al Campidoglio, rimette in moto le pratiche, ricostruisce i passaggi e arriva alla fase finale (2023–2025). I provvedimenti vengono formalizzati e notificati nell’autunno 2025 e l’ordinanza di fine anno mette il timbro conclusivo (31 dicembre 2025): la sanatoria viene portata a casa. Non per scelta “spontanea” del Comune, ma perché qualcuno si è dovuto sedere al suo posto.
La lezione politica: fiducia, responsabilità, e un conto che resta pubblico (2025)
Il punto non è “festeggiare un condono”: il punto è cosa racconta questa vicenda sulla fiducia nelle istituzioni Se un cittadino compra con atto regolare e poi vive anni nell’incertezza, il danno non è solo economico: è sociale, è psicologico, è politico. E l’ordinanza lo dice senza giri di parole nei fatti: la città arriva al traguardo solo con una sostituzione esterna, e il costo di quella sostituzione ricade su Roma. Tradotto: quando la macchina pubblica si inceppa, alla fine paga sempre la collettività. Ossia i cittadini romani.