Roma, due funzionari rischiano il processo per la morte di Francesca Ianni: schiacciata da un albero crollato nel parco
Roma, l’ultima svolta è pesante, e racconta più di mille convegni sulla “cura del verde”: la Procura di Roma ha chiuso le indagini sulla morte di Francesca Ianni e due funzionari del Campidoglio rischiano il processo. L’ipotesi è quella che nessuno vuole leggere in una capitale europea: omicidio colposo e lesioni, perché quell’albero – dicono gli inquirenti – andava abbattuto. Non “potato”, non “monitorato”: tolto di mezzo prima che fosse troppo tardi.
Il 23 dicembre 2024: una panchina, tre bambini e una tragedia pubblica
Il punto politico, prima ancora che giudiziario, sta tutto nella scena: 23 dicembre, parco Livio Labor a Colli Aniene. Francesca Ianni, insegnante e madre di tre figli, è seduta su una panchina. In un attimo un albero crolla e la uccide; un’altra donna resta ferita, mentre i bambini – lì con lei – rimangono illesi. Non è un dettaglio emotivo: è il cuore del caso. Perché quando una città non protegge i suoi spazi di vita quotidiana, non è “sfortuna”: è una scelta, anche se nessuno la firma.
Il “vento” come alibi: ma l’albero era malato e la macchina pubblica lo sapeva
Qui il racconto smette di essere cronaca e diventa accusa: secondo l’inchiesta, quel pioppo cipressino non era un’imprevedibile roulette del destino. Era malato. E soprattutto: sarebbe stato ignorato mentre, nello stesso parco, un “gemello” era già stato rimosso perché pericoloso. Il vento, insomma, rischia di diventare la scusa perfetta per coprire ciò che fa più male: l’idea che a Roma la prevenzione arrivi solo dopo la tragedia, quando l’opinione pubblica pretende risposte e i segni delle motoseghe compaiono come tardive dichiarazioni di cordoglio.
I “monumenti verdi” di Roma lasciati al degrado: e chi paga davvero?
Roma nel mondo è anche questo: viali alberati, pini, platani, ombre iconiche che sono un monumento vivente quanto le pietre antiche. Ma proprio perché simbolo, il verde urbano è diventato terreno minato: promesse, emergenze, rimpalli, indignazioni a giorni alterni. Quando la manutenzione diventa un lessico da comunicato e non una pratica quotidiana, il risultato è una città più fragile e più arrabbiata. E la domanda che sale – inevitabile – è politica: quanta parte di questa fragilità è figlia di scelte, priorità, budget, catene di comando mai davvero trasparenti?
Il crescendo finale: oltre seicento crolli e un’udienza a giugno 2026
E qui arriva la crepa più inquietante, quella che trasforma un caso in sistema: la Procura ha ricostruito oltre seicento episodi di alberi o rami caduti in un arco recente, con decine di posizioni finite sotto la lente. Per 23 persone è già stata fissata l’udienza preliminare a giugno 2026, in una maxi-inchiesta parallela che parla di una Capitale dove il rischio non è l’eccezione ma l’abitudine. E non è nemmeno un tema “senza vittime”: solo pochi mesi prima, un’altra donna è morta colpita da un albero in un altro quadrante della città. Roma, oggi, sembra chiedere ai cittadini di convivere con l’imprevedibile. Ma l’imprevedibile, in una democrazia, non può diventare un servizio pubblico.