Roma, due nuovi Black Points in centro: prosegue la ‘Via Crucis’ del Campidoglio tra proteste, mutui e… cantieri lumaca

Roma, via Ferdinando di Savoia, foto Google Maps

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Roma, due nuovi interventi “Black Points” arrivano nel cuore della città: tra via Ferdinando di Savoia (tratto tra i civici 4 e 8) e via Maria Adelaide (dal incrocio con via Ferdinando di Savoia fino al civico 2), con lavori “coperti” da una determinazione di traffico che va dal 13 febbraio al 30 marzo. È un cantiere da quasi sei settimane. Quanto costa? Qui sta il punto: la determina non pubblica il quadro economico del singolo intervento. Sappiamo però che questi lavori rientrano nel pacchetto dei 30 “black point pedonali”: investimento complessivo circa 4,3 milioni, soldi pubblici incardinati sul programma nazionale. In media, facendo la semplice divisione, siamo attorno a 140 mila euro a sito, ma la cifra del singolo incrocio non è indicata dal Campidoglio, almeno nei documenti a nostra disposizione.

Cosa cambia in strada: meno sosta, più “Zona 30”

Nel frattempo, per far partire le opere, si stringe subito la morsa sulla viabilità: divieto di sosta 0–24 con rimozione, sospensione di stalli tariffati e “riservati”, e soprattutto limite a 30 km/h nel tratto interessato. Tradotto: il cantiere si prepara liberando spazio e rallentando le auto. E anche se la determina parla soprattutto di regole provvisorie, il contesto è quello dei “black point pedonali”: interventi tipici come nuova segnaletica, migliore visibilità, rimodulazione degli attraversamenti e misure fisiche per ridurre la velocità. Qui, insomma, la cura è la solita: togliere asfalto “comodo” alle auto per ridare margine a chi attraversa.

La promessa Giubileo e la realtà: marzo 2026 (salvo slittamenti)

Ed è qui che la storia diventa politicamente esplosiva, perché la narrazione pubblica era un’altra: lavori avviati a dicembre 2023, durata un anno, consegna “per l’inizio del Giubileo 2025”. Lo si legge nero su bianco in comunicazioni dell’epoca: “ultimati per l’inizio del Giubileo”, con la stessa logica del cronoprogramma “entro fine 2024”. Oggi, invece, questi due interventi — almeno secondo la disciplina di cantiere — arrivano a fine marzo 2026. Se tutto fila liscio. Perché a Roma basta una variabile (un sottoservizio, una fornitura, un parere) e il calendario scivola. La “Via Crucis”, appunto: promesse veloci, cantieri lenti.

Quando un Black Point diventa un caso: proteste, marce indietro, Tar

Il Campidoglio lo sa: i “black point” non sono solo cantieri, sono detonatori sociali. L’esempio da manuale è San Basilio/Nomentana, dove il progetto è finito in una spirale di contestazioni: residenti in piazza, accuse di viabilità impazzita, pressione politica crescente. Alla fine, la cronaca racconta una cosa chiarissima: dopo le proteste il Comune ha corretto la rotta, ripristinando il doppio senso su tratti chiave e rimodulando l’impianto originario. Non è un dettaglio: significa che il “black point” può cambiare pelle in corsa, perché la città reagisce. E quando reagisce forte, l’amministrazione tratta.

Soldi pubblici… ma quando finiscono, spuntano i mutui

Poi c’è l’altra faccia della medaglia: i soldi. Per i “black point pedonali” la cornice è ministeriale (programma nazionale, D.M. 408/2022), quindi fondi pubblici “alti”. Ma non sempre basta. In atti recenti su altri “black point” romani si legge che alcuni interventi sono finanziati con mutuo (ad esempio l’opera su via Fratelli Bonnet–Mura Gianicolensi–via Calandrelli, 650 mila euro).
E ancora: per il “black point” via Cristoforo Colombo / piazzale XXV Marzo 1957 l’amministrazione scrive che non c’era copertura sufficiente nei fondi giubilari e si è passati a risorse di bilancio, con vincoli legati a “economie da mutuo” da 2,2 milioni di euro, come raccontato in un nostro recente mutuo.
Morale: quando la coperta corta tira, la città si finanzia anche a debito — e la sicurezza stradale diventa un capitolo contabile, oltre che civile.

Il crescendo finale: sicurezza vera o eterna manutenzione politica?

Il paradosso è tutto qui: Roma mette mano agli incroci più pericolosi (e fa bene), ma lo fa dentro un meccanismo che sembra non chiudere mai la partita. Ogni nuovo cantiere porta con sé due domande: quanto durerà davvero e chi pagherà alla fine. Oggi, nel centro, partono due interventi che — sulla carta — dovrebbero chiudersi a marzo 2026. Ma restano appesi alle stesse fragilità che la città conosce fin troppo bene: proteste, ripensamenti, coperture che si spostano, e quel vizio romano di trasformare la sicurezza in un interminabile braccio di ferro tra promessa politica e realtà dell’asfalto.