Roma e Civitavecchia, la mappa del narcotraffico: 800 chili di cocaina, corrieri, doppi fondi e la raffineria segreta (FOTO E VIDEO)

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La cocaina arrivava dal Sud America, passava dalla Spagna, attraversava il litorale romano e finiva sulle piazze di spaccio del Centro Italia. Un traffico enorme, costruito come un’azienda multinazionale della droga. Broker, corrieri, auto con doppi fondi, pagamenti in criptovalute e perfino summit con emissari della camorra per recuperare partite sparite nel nulla.

È lo scenario emerso dalla maxi indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, che ha portato al fermo di quattro persone ritenute al centro di un’organizzazione internazionale capace di movimentare fino a 800 chili di cocaina all’anno. E l’organizzazione che gestiva tutto il sistema era radicata tra Roma, Civitavecchia e il litorale nord della Capitale.

Il “Presidente”, i broker e la rete della cocaina

L’operazione è stata condotta dai Carabinieri della Compagnia di Civitavecchia, che per mesi hanno ricostruito movimenti, contatti e flussi di denaro del gruppo. I fermati, tre stranieri e un italiano, sono accusati di far parte di un’associazione criminale dedita al traffico internazionale di stupefacenti. L’inchiesta, partita nell’estate del 2025, ha ricostruito una rete criminale con basi operative tra Roma, il litorale laziale e collegamenti diretti con SpagnaEcuador e Sud America.

Al vertice dell’organizzazione ci sarebbe stato un colombiano soprannominato “il Presidente”. Era lui a controllare le importazioni di droga, fissare i prezzi e gestire i rapporti con i narcotrafficanti all’estero. Accanto a lui operava un broker dominicano, considerato il regista della logistica e dei flussi di denaro. Fondamentale anche il ruolo di un intermediario romano, ritenuto il principale referente per la distribuzione della cocaina tra il litorale nord di Roma e il centro Italia. A supporto della rete c’era poi un uomo di origini calabresi incaricato di procurare veicoli modificati con sofisticati doppi fondi meccanizzati, i cosiddetti “sistemi”, utilizzati per trasportare la cocaina senza destare sospetti.

Cocaina nascosta nelle auto e lanciata in mare con il GPS

L’organizzazione utilizzava canali d’importazione degni di un cartello internazionale. Una parte della droga arrivava dalla Spagna, nascosta dentro auto con vani segreti. Un’altra viaggiava invece su navi partite dai porti sudamericani, tra cui quello di Guayaquil, in Ecuador. Durante la traversata, i carichi venivano lanciati in mare dentro borsoni impermeabili, poi recuperati grazie a coordinate GPS concordate in anticipo. Per alcune consegne il gruppo si sarebbe servito anche degli “ovulatori”, corrieri addestrati a ingerire decine di ovuli di cocaina per superare controlli in aeroporti e strade.

Dalle intercettazioni è emersa una gestione quasi aziendale del traffico. I membri del gruppo parlavano apertamente di margini, prezzi e oscillazioni del mercato della cocaina. La sostanza veniva acquistata all’ingrosso tra i 16 e i 17 mila euro al chilo e rivenduta fino a 24 mila euro. Il guadagno veniva definito a “punti”: sette punti equivalevano a settemila euro di margine. Anche i nomi usati nelle conversazioni erano studiati per depistare: la cocaina diventava “Biancaneve”, quella rosa veniva chiamata “Rosalia” o “Rosalba“, mentre “cotta” o “cruda” indicavano il livello di lavorazione chimica della sostanza.

La truffa della camorra e i summit per recuperare 10 chili di cocaina

Uno dei colpi maggiori è la truffa messa in atto dalla camorra nei confronti dei narcotrafficanti sudamericani. Alcuni esponenti della Camorra napoletana hanno inscenato un falso blitz delle forze dell’ordine per impossessarsi di un carico da 10 chili di cocaina appena consegnato dai colombiani. Un colpo da circa 280 mila euro che ha poi portato il gruppo a organizzare incontri e summit in Campania per recuperare droga o denaro.

La violenza del gruppo era particolarmente spiccata. Per recuperare debiti legati alla droga, il vertice colombiano pianificava sequestri di persona, affittando appartamenti dove rinchiudere i debitori, utilizzando per i pestaggi, le intimidazioni e le spedizioni punitive mazze da baseball e armi da fuoco. I carabinieri hanno inoltre documentato contatti con i Los Choneros, una delle organizzazioni criminali più potenti e sanguinarie dell’Ecuador.

La raffineria scoperta in Calabria: sequestrate presse e 500 chili di miscele

La banda aveva poi una filiale in Calabria. Nelle campagne di Sant’Agata del Bianco, nel Reggino, i Carabinieri della Compagnia di Bianco hanno scoperto una vera e propria raffineria clandestina. Dentro il laboratorio c’erano presse idrauliche, stampi, microonde industriali e oltre 500 chili di sostanze da taglio, utilizzate per abbassare la purezza della cocaina e moltiplicare i profitti sul mercato.