Roma, è un flop il progetto del Campidoglio ‘parchi in adozione’: solo 21 le aree verdi adottate su 172

Roma, sullo sfondo un area verde capitolina, in primo piano sindaco Gualtieri e assessore all'Ambiente Sabrina Alfonsi

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Roma, ventuno adozioni su 172 aree verdi disponibili in centro: la fotografia del progetto “parchi in adozione” lanciato dal Campidoglio circa un anno e mezzo fa racconta un’iniziativa nata, pre Giubileo, per moltiplicare manutenzione e decoro nel centralissimo municipio I Roma-centro, il biglietto da visita della Capitale, ma rimasta—nei fatti—solo una goccia nel…Tevere. Non è una sentenza, la nostra, ma una semplice riflessione politica: quando il divario tra ambizione e risultato diventa così vistoso, il tema non è più la buona intenzione, ma la capacità di trasformarla in governo reale, concreto, visibile della città. Inseriamo, alla fine di questo articolo, l’elenco delle aree in adozione, l’elenco delle aree affidate (con determina comunale) e il bando pubblicato il 3 febbraio, da cui potete accedere al seguente link.

Il numero che fa rumore

Se l’obiettivo dell’Amministrazione Gualtieri era “mettere in sicurezza” il verde di prossimità in centro e alleggerire la macchina pubblica, senza pesare sul bilancio ordinario, senza usare fondi PNRR, regionali e/o ministeriali, quel 21 su 172 suona a dir poco come un campanello d’allarme. È poco più del dodici per cento dell’elenco: abbastanza per dire che qualcosa si muove. Troppo poco per sostenere che il modello stia reggendo il peso della realtà. Un progetto può partire lento, certo. Ma qui la lentezza rischia di diventare struttura: l’adozione, più che una spinta civica, appare come un esperimento con la coperta corta. E quando la coperta è corta, il freddo lo prende sempre la città.

Un bando che chiede aiuto (e lo mette in regola)

Il punto politico non è “se” coinvolgere i privati, ma “come”. L’amministrazione ha costruito un impianto formale: istanze, passaggi pubblici, verifiche, tempi, valutazioni. Una cornice comprensibile: trasparenza, ordine, tracciabilità. Però la politica, quando diventa soprattutto procedura, smette di essere contagiosa. Se la partecipazione è un corridoio lungo e stretto, ci passano in pochi: quelli allenati, attrezzati, strutturati. Gli altri restano fuori, non per disamore, ma per fatica amministrativa.

La manutenzione “in dono” che costa come un appalto

Qui scatta la frizione. Adottare non significa “mettere due fiori”: significa assumersi oneri di manutenzione ordinaria, responsabilità operative, spesso coperture assicurative, e una dose di adempimenti che per un comitato di quartiere o una piccola associazione può diventare dissuasiva. Il progetto, insomma, chiede molto a chi entra e offre poco a chi prova a farlo in forma civica. Il risultato è paradossale: l’idea nasce per allargare la platea, ma finisce per restringerla.

Il paradosso del centro storico

C’è poi un nodo urbanistico e simbolico: molte aree sono nel cuore più delicato e visibile della città—assi monumentali, piazze ad altissima pressione pedonale, contesti che richiedono competenze e continuità. Qui l’adozione diventa un test: o la rendi professionalizzante, oppure resta una vetrina. Perché il verde nel centro storico non è “verde qualunque”: è immagine urbana, sicurezza, flussi turistici, decoro sotto i riflettori. Se non garantisci strumenti, supporto e tempi rapidi, l’adozione rischia di trasformarsi in una promessa che inciampa proprio dove Roma viene guardata di più.

Adozioni: una partita per pochi

Dal punto di vista economico la faccenda è lineare: l’adozione premia chi può trasformarla in reputazione, relazione istituzionale, presidio del brand. In altre parole: aziende strutturate, fondazioni, soggetti con uffici legali e budget. Per tutti gli altri, il rapporto costi/benefici è sbilanciato. E allora il progetto seleziona non “i più motivati”, ma “i più attrezzati”. È una scelta legittima, ma va detta: se il modello è questo, non chiamatela mobilitazione civica. Chiamatela partnership. E la partnership, per funzionare, ha bisogno di regole semplici e vantaggi chiari, non solo di buona volontà.

La domanda politica che resta sul tavolo

A questo punto il “pepe” non è l’accusa, è la domanda: che cosa vuole davvero ottenere il Campidoglio? Se l’intento era coprire capillarmente 172 aree, 21 adozioni sono un risultato troppo magro per essere venduto come svolta. Se invece l’obiettivo era attivare qualche intervento bandiera, allora il progetto è coerente—ma politicamente modesto, quasi difensivo. La via d’uscita esiste: lotti più piccoli e “facili”, micro-adozioni con iter semplificato, supporto tecnico standardizzato, incentivi trasparenti e misurabili. Altrimenti “parchi in adozione” resterà uno slogan ben pettinato: e Roma, sul verde, non può più permettersi slogan.