Roma, esplosione nel Parco degli Acquedotti: chi erano gli anarchici morti

Esplosione parco degli acquedotti

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Esplosione nel Parco degli Acquedotti, restano le macerie e ancora tante domande. Cosa stavano facendo Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, i due anarchici morti nel casale distrutto dalla deflagrazione? È da qui che riparte l’inchiesta, il giorno dopo il boato che ha trasformato un angolo verde di Roma in una scena terrificante, ma con un bilancio pesantissimo. La pista più solida, al momento, non parla di un incidente domestico: gli investigatori stanno lavorando sull’ipotesi che nel casale si stesse assemblando un ordigno.

Chi erano Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone

Inizialmente si era pensato che nell’esplosione fossero rimaste vittime due clochard. Solo nelle ore successive è emersa un’altra verità. I due morti sono stati identificati come Alessandro Mercogliano, 53 anni, e Sara Ardizzone. Entrambi risultano legati all’area anarchica. Mercogliano era stato coinvolto in un maxi processo del 2019 per fatti collegati alle Fai-Fri, mentre Ardizzone, lo scorso anno, era stata prosciolta nell’inchiesta Sibilla a Perugia e aveva rivendicato apertamente la propria adesione all’anarchia. E questo fa capire che non si tratta di un semplice crollo in un edificio abbandonato, di una tragedia dovuta a una fatalità, ma una possibile attività clandestina dentro un casale del Parco degli Acquedotti, in un’area frequentata di giorno da sportivi e famiglie, ma più isolata nelle ore notturne.

L’ipotesi: un ordigno preparato nel casale

Secondo la Procura di Roma i due sarebbero morti mentre stavano preparando materiale esplosivo all’interno del casale del Sellaretto, in via delle Capannelle. Tra le ipotesi al vaglio c’è quella di un bersaglio ferroviario, ma non solo: viene considerato anche un possibile obiettivo contro il gruppo Leonardo. Sullo sfondo resta il legame con la galassia vicina ad Alfredo Cospito, detenuto al 41 bis. Mercogliano avrebbe avuto un braccio mutilato, elemento compatibile con una deflagrazione avvenuta mentre maneggiava materiale pericoloso. La Procura ha aperto un fascicolo senza indagati e ha disposto l’autopsia.

Le indagini si concentrano anche sul profilo delle due persone morte. Gli inquirenti stanno ricostruendo i loro precedenti, le frequentazioni e l’eventuale appartenenza a ambienti anarchici organizzati. L’attenzione è massima sui contatti, sui telefoni, sui movimenti recenti. Ogni dettaglio può chiarire se si trattasse di un’azione isolata o se dietro ci fosse una rete più ampia.

Il racconto del custode: “Ho sentito un botto, poi il vuoto”

A ricostruire i primi momenti è stato il custode del complesso, che ha aperto i cancelli davanti a una scena irreale. “Ho sentito un boato la sera prima, poi più nulla”, ha raccontato. La svolta è arrivata la mattina di ieri, con una telefonata: un amico, mentre correva, gli ha segnalato un muro crollato. Quando è arrivato sul posto, c’erano macerie ovunque. E sotto, i corpi. Immediatamente è partita la chiamata al 112. Poi l’avviso ai proprietari, la famiglia Gaetani d’Aragona, arrivata poco dopo per parlare con la polizia.

Il casale, disabitato da mesi, era rimasto ai margini della vita quotidiana del parco. Un luogo appartato, lontano dagli occhi nelle ore notturne. Di giorno frequentato da chi fa sport, di notte praticamente deserto. Secondo i primi accertamenti, i due avrebbero scelto proprio quel punto per assemblare un ordigno esplosivo. Un rifugio temporaneo, probabilmente individuato dopo alcuni sopralluoghi per verificarne l’assenza di controlli. Sul posto è intervenuto un imponente dispositivo: vigili del fuocopoliziacarabinieri. I mezzi hanno occupato l’intero accesso sterrato che porta al casale. Le operazioni sono andate avanti per ore. Le ruspe hanno lavorato per liberare l’area e consentire ai pompieri di recuperare i corpi. Intanto la Scientifica ha raccolto ogni elemento utile per ricostruire cosa sia successo davvero.

Lo sgomento dei frequentatori: “Qui veniamo a correre”

Dietro le transenne, i commenti erano tutti uguali. Sorpresa, incredulità. “Qui veniamo a correre, è un posto tranquillo”, ha detto uno dei frequentatori abituali. Il contrasto è enorme. Di giorno, un parco vissuto. Di notte, una zona buia, isolata, facile da raggiungere e difficile da controllare. E proprio questo equilibrio fragile, tra normalità e invisibilità, potrebbe aver trasformato quel casale abbandonato nel luogo perfetto per nascondere qualcosa che non doveva esistere.