Roma espropria 13 immobili a piazza Navona per pubblica utilità, ma poi li rivende: Campidoglio condannato a pagare 13,4 milioni
La Giunta Gualtieri che guida Roma dovrà fare i conti con una vicenda che parte da lontano e che oggi presenta un conto pesante per le casse capitoline: il Consiglio di Stato, secondo e ultimo grado della Giustizia amministrativa, ha stabilito che il Campidoglio dovrà formulare entro sei mesi una proposta economica per rateizzare il pagamento di 13,4 milioni per risarcire gli eredi degli antichi proprietari di un gruppo di immobili situati tra piazza Navona e Corso del Rinascimento, dopo aver riconosciuto che una parte di quei beni, espropriati decenni fa dal Comune di Roma per realizzare al loro posto un’opera pubblica, non sono stati più utilizzati per lo scopo preannunciato ma sono stati addirittura rivenduti dal Comune stesso sul mercato privato per fare cassa.
Una storia iniziata con un esproprio e finita con una condanna
Tutto nasce negli anni Quaranta del secolo scorso. Il Comune espropria un complesso immobiliare in una delle zone più pregiate del centro storico di Roma. L’obiettivo era legato alla realizzazione di un’opera pubblica. Ma col passare del tempo accade il punto decisivo: l’edificio non viene demolito e l’obiettivo originario si perde. Anzi, negli anni successivi il fabbricato viene conservato.
È qui che, secondo i giudici, si apre il nodo politico e amministrativo. Perché se un bene non serve più allo scopo per cui era stato tolto ai proprietari, quel bene non può restare sospeso per sempre.
Il passaggio che cambia tutto
La sentenza mette a fuoco il momento in cui il Comune di Roma ha compiuto il passo più grave: l’inserimento degli immobili nei piani di dismissione e la successiva vendita di molte unità ad altri privati di un bene non di sua proprietà, ma espropriato. È lì che, per i giudici, si consuma la lesione vera.
Il passaggio più netto è scritto nero su bianco: “è solo con l’inserimento degli immobili in questione nel piano di vendita che l’Amministrazione comunale ha leso la posizione soggettiva degli espropriati”. Tradotto: il problema non è solo un vecchio esproprio. Il problema è che quei beni, invece di essere restituiti o trattati in modo coerente, sono stati messi sul mercato e rivenduti.
Tredici immobili venduti, quattro ancora da restituire
La verifica tecnica disposta dal Consiglio di Stato ha ricostruito la situazione attuale. Il risultato è pesante per il Campidoglio. Tredici unità immobiliari sono state vendute a terzi. Per questi beni non è più possibile una restituzione materiale. Restano invece quattro unità ancora tra le proprietà di Roma, e per queste la strada indicata è quella della retrocessione, cioè della restituzione agli aventi diritto secondo i criteri fissati dalla legge.
Sul fronte economico, la valutazione accolta dai giudici parla di 13.379.556,09 euro come base per il danno relativo ai beni non più restituibili, al netto delle vecchie indennità già percepite. Non è ancora il totale finale da versare. Ma è il perno del conto che ora il Comune deve affrontare.
Il conto politico per il Campidoglio e economico per i cittadini
Il Consiglio di Stato ha ordinato a Roma di muoversi. La sentenza impone al Comune di presentare “entro il termine di sei mesi” una proposta alle parti che hanno vinto la causa, seguendo i criteri indicati dai giudici, per pagare il maltolto. Oltre al danno principale, dovrà essere considerato anche il mancato godimento degli immobili, cioè il valore economico perso nel tempo da chi non ha potuto utilizzare quei beni.
Non è ancora l’ultimo capitolo. Ma il messaggio della sentenza è già chiaro. Su piazza Navona il Campidoglio ha perso una battaglia pesante. E ora deve trasformare quella sconfitta in numeri, con un maxi conto che rischia di diventare uno dei casi più delicati per il patrimonio di Roma e per la Giunta Gualtieri.