Roma Est, scatta il via libera alla diga anti-alluvione: espropri al via, ecco l’area (immensa) e il progetto(ne)
La Regione Lazio ha dato il via libera al maxi progetto della Diga di Pratolungo a Roma Est, chiudendo la Conferenza dei Servizi e dichiarando l’opera di pubblica utilità. Con l’ok scattano anche i vincoli e la procedura di esproprio delle aree necessarie: il dossier passa dalla carta ai terreni. Obiettivo politico e pratico: tagliare il rischio alluvioni nel quadrante Tiburtina–GRA con una grande vasca di laminazione che trattiene le piene del fosso.
Roma Est, in soldoni, torna al centro della partita politica anti-allagamento: mentre il Fosso di Pratolungo finisce ancora nel lessico dell’emergenza – strade chiuse, scantinati allagati, attività in affanno – la Regione Lazio mette un timbro che pesa. Tradotto: si passa dalle carte ai terreni, e gli espropri diventano un passaggio concreto, non più un’ipotesi.
Perché adesso: alluvioni, pressioni e sicurezza come bandiera politica
Nelle stanze della Regione Lazio la linea è netta: qui non si parla di “opera in più”, ma di protezione civile. L’argomento che torna, a ogni passaggio, è uno: ridurre il rischio di piena in un quadrante dove la pioggia intensa non è un’eccezione, ma un problema ricorrente. ùIl precedente che viene citato come spartiacque è quello delle grandi esondazioni di fine 2008, quando il sistema idraulico del bacino dell’Aniene andò in sofferenza e Pratolungo tracimò, con effetti pesanti su viabilità e tessuto produttivo. Da allora, tra emergenze e piani, la promessa è rimasta sospesa. Oggi diventa terreno di consenso: sicurezza prima di tutto.
Dove sorgerà: la diga “di Roma Est” tra Tiburtina, GRA e Sant’Alessandro
La geografia è quella del quadrante est, zona Tiburtina, con l’area critica che gravita tra GRA, Sant’Alessandro, Tor Cervara e i tratti più vulnerabili lungo il reticolo dei fossi. Non è un caso che nei documenti comunali sulle emergenze idrauliche compaiano strade e vie che i residenti conoscono fin troppo bene: quando il fosso sale, lì scatta il domino di allagamenti e disagi. È in questo scenario che si innesta l’opera: una diga/vasca di laminazione pensata per trattenere l’onda di piena e “tagliare” i picchi che mandano in crisi il sistema a valle, soprattutto quando l’Aniene è già saturo.
Com’è fatta: più “vasca anti-piene” che lago artificiale
Chiamarla “mega diga” è efficace per i titoli, ma l’idea è diversa da quella di un invaso permanente. Qui si parla di laminazione delle piene: lo sbarramento serve a riempirsi solo durante gli eventi estremi, rallentando e regolando l’acqua. La struttura principale è un argine in terra lungo circa 400 metri, con un profilo trapezoidale e un sistema di opere in calcestruzzo per regolare lo scarico: luci con paratoie, sfioratore, vasca di dissipazione. A corredo, impianti elettrici, collegamento alla rete, strumenti di monitoraggio e controllo: una diga “intelligente”, sotto osservazione, con l’obiettivo dichiarato di evitare che l’emergenza diventi normalità.
Soldi e potere: i numeri crescono e la politica rivendica la regia
Il dossier è anche una partita di risorse. Il quadro economico complessivo dell’intervento supera i lavori “puri”: dentro ci sono adeguamenti, prescrizioni, spese tecniche, IVA, sicurezza, e anche la voce espropri. È qui che la politica si gioca la narrazione: la Regione rivendica la scelta strategica e la capacità di sbloccare un’opera attesa, mentre sul territorio monta l’aspettativa – e la diffidenza – verso cantieri che potrebbero durare anni. In mezzo, il tema che non passa mai di moda: chi paga, quando si parte, e soprattutto quanto davvero migliorerà la sicurezza di aziende, case e infrastrutture in un’area che produce reddito e lavoro.
Paesaggio, vincoli e mediazioni: il compromesso per farla partire
Ogni opera di questo tipo, a Roma, diventa inevitabilmente un confronto tra interessi. Da una parte la tutela del paesaggio e i vincoli; dall’altra la sicurezza idraulica e la protezione di persone e attività. Il punto di caduta, nella ricostruzione istituzionale, è un compromesso: recepire prescrizioni e mitigazioni senza “svuotare” la funzione dell’intervento. In questo quadro entrano anche le opere di schermatura e sistemazione ambientale: piantumazioni, alberature, interventi per ridurre l’impatto visivo e ricucire il rapporto tra infrastruttura e territorio. È il classico equilibrio romano: si fa, ma “con condizioni”, e quelle condizioni diventano pezzi di politica locale.
La coda giudiziaria, in breve
Sul progetto resta una scia legale: l’ultima pronuncia ha chiuso il giudizio davanti al TAR dichiarando il ricorso inammissibile per difetto di giurisdizione, indicando come giudice competente il Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche. Un passaggio tecnico-processuale che non entra nel merito dell’opera, mentre sul fronte amministrativo la Regione rivendica il via libera e procede lungo la strada degli espropri.

