Roma, femminicidio di Manuela Petrangeli uccisa in strada: arriva l’ergastolo per Molinari
È arrivata oggi la parola più pesante, quella che dovrebbe mettere un punto definitivo: ergastolo. Gianluca Molinari è stato condannato per l’uccisione della sua ex compagna, Manuela Petrangeli. In aula c’erano amici e familiari, stretti in un silenzio che non assomiglia alla vittoria, ma a una resa: perché una condanna non riporta indietro una vita, non restituisce un volto, non cancella una scena che Roma — ancora una volta — si porterà addosso come una macchia.
Un agguato in pieno giorno: la Capitale “monumento” che non protegge
Roma è un monumento a cielo aperto, un simbolo mondiale. Ma dietro la cartolina, c’è un’altra città: quella dove si muore in pieno giorno, in mezzo alla strada, come se la normalità potesse assorbire anche l’orrore. Manuela viene colpita mentre è fuori, nella quotidianità più ordinaria. Un primo colpo, la fuga disperata, poi il secondo, quello finale. E tutto accade senza che nessuno possa davvero fermare la spirale: la violenza che si prepara, avanza, e alla fine esplode.
Il copione annunciato: quando le minacce diventano “rumore di fondo”
Il dettaglio più inquietante, in storie così, è che quasi mai è “improvviso”. Prima del sangue ci sono le parole. Prima dell’agguato ci sono i messaggi, l’ossessione, la pressione continua. Frasi che oggi suonano come un manifesto del disastro: “sono una bomba a orologeria”, “stai giocando con il fuoco”. È quel momento in cui tutto è già scritto, ma la società lo tratta come un litigio, un eccesso, un dramma privato. Finché diventa cronaca nera.
La scena più dura non è l’ergastolo: è chi resta
In tribunale, a colpire non è solo la pena. È il vuoto umano che si materializza: una famiglia che parla di colori spariti, di una luce spenta per sempre. E soprattutto c’è un bambino, che oggi non è un dettaglio ma il centro emotivo di tutto: la prova vivente che il femminicidio non finisce con l’ultimo colpo, continua dopo, nelle vite degli altri. Anche la voce della vittima — “basta tormentarmi” — pesa come una richiesta rimasta sospesa nel nulla.
Il fallimento politico: indignarsi non basta più
E qui il punto diventa politico, inevitabilmente. Perché ogni volta la reazione è la stessa: sdegno, indignazione, promesse. Poi il silenzio. E il sistema resta quello di prima, con il suo riflesso più cinico: interveniamo davvero solo quando è tardi. Roma, che davanti al mondo si racconta come capitale della storia e della civiltà, non può accettare che la violenza contro le donne venga archiviata come fatalità. L’ergastolo è una risposta giudiziaria. Ma la domanda, quella vera, resta aperta: quante Manuela servono ancora per cambiare davvero?