Roma, Fontana di Trevi a pagamento, arrivano le ‘postazioni ticket’ e l’ironia social impazza: cosa cambia dal 1° febbraio
Roma si prepara a una svolta che, fino a pochi mesi fa, sembrava impensabile: dal 1° febbraio 2026 l’accesso ravvicinato alla Fontana di Trevi sarà a pagamento per turisti e non residenti, con un ticket da 2 euro. La novità riguarda l’ingresso nel cosiddetto “catino”, cioè l’area più vicina all’acqua e ai gradini dove si concentrano selfie, monetine e code infinite. Per i residenti l’accesso resterà gratuito, così come per alcune categorie specifiche. E come se non bastasse la polemioca sul caro-biglietto stile museo, nelle ultime ore a far deflagrare davvero la polemica sono state le foto delle presunte postazioni ticket comparse in zona Trevi e subito rilanciate sui social.
L’ironia impazza, povera fontana di Trevi
Piccole strutture scure, “incastonate” nello spazio urbano, uno dei più famosi al mondo, che secondo molti cittadini stonano con l’eleganza del monumento. Nei commenti il sarcasmo è diventato virale: c’è chi parla di “camerini da teatro”, chi ironizza sui “confessionali” e chi si chiede come sia possibile che, per regolare l’accesso, si finisca per aggiungere nuovi volumi in uno degli scorci più fotografati al mondo. Il risultato è un coro impietoso che rimbalza tra indignazione e meme: più che un servizio, per molti, è l’ennesima prova che a Roma la gestione del bello rischia di trasformarsi in un problema di stile.
Cosa cambia davvero: non si paga “per vederla”, ma per entrare nella zona vicina
Il punto, però, va chiarito subito: non si paga per guardare la Fontana di Trevi. La fontana resta visibile liberamente dalla piazza, come sempre. Il ticket serve solo per entrare nell’area più ravvicinata, quella dove si vive l’esperienza “a contatto” con il monumento e dove, di fatto, oggi si crea l’ingorgo quotidiano. L’accesso dovrebbe avvenire in orari stabiliti (orientativamente tra mattina e sera) e con modalità definite anche tramite strumenti digitali, oltre a postazioni fisiche predisposte sul posto.
“Imbruttisce il simbolo di Roma”: la protesta esplode per le postazioni
Ed è qui che divampa la polemica. Nelle ultime ore rimbalzano commenti durissimi: c’è chi parla di “scempio”, chi invoca esposti e chi contesta non solo il principio del pagamento, ma soprattutto l’impatto estetico. Il nodo, infatti, non è soltanto economico: è culturale e simbolico. Per molti la Fontana di Trevi non è un museo, non è un evento, non è un’esperienza premium. È un luogo identitario, emotivo, quotidiano. E l’idea di trasformarla in una zona con varchi controllati, transenne e dispositivi per pagare appare a una parte di cittadini come un passo verso la “commercializzazione” della città più iconica.

La versione del Comune: “gestione dei flussi e tutela del monumento”
Dal Campidoglio la linea è chiara: non si tratterebbe di “privatizzare la bellezza”, ma di provare a governare l’overtourism. Perché Trevi, oggi, è un imbuto permanente: milioni di persone ogni anno, spesso concentrate nelle stesse ore, con condizioni di affollamento che peggiorano la vivibilità e rendono difficile perfino il semplice passaggio. In questa lettura, il ticket diventerebbe uno strumento per alleggerire la pressione, migliorare la sicurezza e rendere più ordinata la visita, con la promessa — implicita o dichiarata — di reinvestire in manutenzione e servizi.
Il punto critico: quanto incassa Roma e, soprattutto, dove finiscono quei soldi
La domanda che molti si fanno non è solo “quanto si paga”, ma a cosa serve davvero. Anche perché, in una città dove la manutenzione del patrimonio è spesso un tema caldo, la sensibilità su questo aspetto è altissima. Se il ticket diventa una micro-tassa turistica, allora l’opinione pubblica pretende chiarezza: un vincolo trasparente sugli incassi, una rendicontazione seria, un impegno misurabile sul ritorno per la tutela dei beni culturali. Altrimenti il rischio è che il provvedimento venga letto come un modo veloce per fare cassa, con un costo reputazionale molto più alto dei due euro richiesti.
Il precedente e la domanda finale: Roma sta cambiando modello senza dirlo?
Il caso Trevi arriva in un momento in cui diverse città stanno ripensando l’accesso ai luoghi simbolo, tra biglietti, percorsi obbligati e gestione contingentata. Ma Trevi è diversa: è la Roma “a cielo aperto”, quella che non chiede permesso, quella che appartiene a tutti. Per questo la questione non è solo tecnica, ma politica e perfino emotiva: la misura funzionerà solo se apparirà discreta, sensata e realmente utile. Se invece dovesse trasformarsi in una presenza invasiva — con postazioni visibili e impattanti — rischia di alimentare la percezione che Roma, lentamente, stia diventando un parco a tema.