Roma ‘green’ solo sui social, Greenpeace gela Gualtieri: Capitale ‘ostaggio’ del gas per riscaldare case, scuole e uffici


Contenuti dell'articolo

La Roma green raccontata dal Campidoglio si scontra con una fotografia molto meno brillante: Greenpeace colloca la Capitale al 14° posto su 15 grandi città europee nella transizione dal riscaldamento fossile, davanti soltanto a Bucarest. È il risultato del nuovo rapporto “Gas-Free Cities? European Urban Heat Transition Ranking”, pubblicato il 6 ottobre 2026, che assegna a Roma appena 49,8 punti su 100 e la inserisce nella fascia della “transizione limitata”.

Dai grandi obiettivi ai numeri: il divario è enorme

Il dato che più di tutti fotografa la distanza tra programmazione e risultati è nascosto nei punteggi assegnati dagli autori. Roma ottiene 75 punti su 100 per le politiche, ma precipita ad appena 28 su 100 nella voce “emissioni e risultati”. La transizione del riscaldamento vale 42 punti, governance e finanziamenti 59, equità sociale 50. Una forbice enorme tra ciò che viene programmato e quello che, secondo Greenpeace, è già diventato realtà concreta.

Il gas resta al centro delle case romane

Il rapporto individua senza giri di parole uno dei grandi problemi: il gas continua a essere profondamente radicato negli edifici romani. La stima riportata dallo studio indica che circa il 57,6% dell’uso diretto di energia negli edifici è ancora riconducibile ai combustibili fossili. Greenpeace parla inoltre di emissioni da uso fossile negli edifici pari a 1,674 tonnellate di CO₂ per residente nel 2024.

Il quadro che emerge è quindi quello di una città che ha fissato obiettivi molto ambiziosi, ma che resta ancora fortemente legata al vecchio sistema energetico.

Nessuna data per dire addio al riscaldamento fossile

Ed è qui che arriva una delle contestazioni più nette. Roma non ha una scadenza esplicita per eliminare il riscaldamento a gas o gli altri sistemi fossili. Greenpeace lo indica tra gli elementi che frenano la Capitale: manca un phase-out datato, cioè un giorno, un anno, una scadenza precisa oltre la quale la città punti a lasciare definitivamente alle spalle questi impianti.

Non basta, dunque, indicare genericamente pompe di calore, fotovoltaico o geotermia. Secondo lo studio, manca ancora una tabella di marcia completa e scandita nel tempo.

Manca anche una vera mappa della rivoluzione termica

Greenpeace segnala un’altra lacuna: Roma non dispone di uno specifico piano territoriale del calore esteso all’intera città. Significa che manca una pianificazione capace di stabilire in maniera organica quali aree debbano passare alle pompe di calore, dove possano essere sviluppate altre tecnologie e con quali tempi debba essere progressivamente ridimensionata la rete del gas.

È proprio questo passaggio dalla dichiarazione generale alla trasformazione concreta degli edifici che lo studio considera ancora insufficiente.

Il nodo della rete gas ATEM Roma 1

A rendere ancora più delicato il quadro c’è poi la futura concessione della distribuzione del gas ATEM Roma 1. Greenpeace la cita direttamente perché la lunga durata della concessione introduce, a giudizio degli autori, un elemento di incertezza sulla velocità con cui Roma potrà progressivamente ridimensionare la propria infrastruttura fossile.

Per questo la città viene contrassegnata nel rapporto con il livello di attenzione “Watch” rispetto al rischio di dipendenza futura dal gas.

Non significa che la gara costituisca automaticamente un nuovo investimento fossile: significa che resta aperto il problema del rapporto tra una rete del gas ancora centrale e l’obiettivo dichiarato di ridurne progressivamente il peso.

Quel “gruppo di punta” rivendicato da Gualtieri

Il contrasto politico diventa ancora più evidente tornando indietro di meno di un anno. Il 22 ottobre 2025, presentando il Piano Clima, Roberto Gualtieri dichiarava che Roma era “nel gruppo di punta delle città europee impegnate sul clima”.

Il Campidoglio aveva fissato nel PAESC un obiettivo di riduzione delle emissioni del 66% entro il 2030 rispetto al 2003.

Oggi, però, sul terreno specifico del riscaldamento degli edifici, Greenpeace fotografa una realtà diversa: Roma appartiene al gruppo di coda e viene superata da 13 delle 14 città europee confrontate.

Il verdetto più pesante sta in due numeri

Alla fine il rapporto può essere condensato in due cifre: 75 alle politiche, 28 ai risultati.

È qui che si misura la distanza tra la Roma progettata nei documenti e quella che Greenpeace osserva oggi negli edifici e negli impianti. Gli autori chiedono alla Capitale due mosse precise: stabilire una data certa per l’uscita dal riscaldamento fossile e completare un piano territoriale del calore per tutta la città.

Il rapporto riguarda specificamente la transizione del riscaldamento urbano, ma sul terreno preso in esame la fotografia del 6 ottobre 2026 resta pesante: Roma è quattordicesima su quindici. E tra la città green raccontata nei piani e quella reale, ancora fortemente dipendente dal gas, la distanza continua a essere evidente.