Roma, il campo largo fa slittare la riforma dei poteri: PD, M5S e AVS già ai ferri corti dopo la sbornia referendaria

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A volte la politica racconta la verità non con i discorsi, ma con i rinvii. È quello che è accaduto alla riforma sui poteri per Roma Capitale, il cui voto è slittato a dopo Pasqua proprio quando avrebbe dovuto entrare nel vivo, con il voto in programma per il 24 marzo. Il punto non è solo parlamentare: il Pd sostiene la riforma insieme al centrodestra, mentre M5S e Avs la contestano. In altre parole, il progetto che dovrebbe rafforzare la Capitale si è trasformato nel termometro più preciso della fragilità del cosiddetto campo largo.

Inceneritore di Santa Palomba, il detonatore politico e l’ombra dell’inchiesta

A riaccendere la tensione è stato il dossier dell’inceneritore Acea di Roma-Santa Palomba, che ha ottenuto il via libera autorizzativo il 16 gennaio, per mano del commissario straordinario Roberto Gualtieri. Ma nelle ultime ore la Corte dei Conti ha acceso un faro sui terreni: sarebbero stati pagati da Ama 7,5 milioni contro una stima di circa 3 milioni, mentre Ama difende la congruità dell’operazione. Non è ancora una sentenza politica, ma è già un fatto politico-giudiziario.

Il giorno dopo il referendum

C’è poi un elemento di contesto che pesa più di quanto sembri. La discussione sulla riforma è arrivata subito dopo il referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo, chiuso con la vittoria del No al 53,74% e con Roma città schierata ancora più nettamente sul No, oltre il 60%. In Aula, il M5S ha contestato apertamente la scelta di calendarizzare un’altra riforma costituzionale proprio all’indomani di quel voto.

Non litigano su Roma: litigano su come darle poteri

Qui sta il punto che conviene non semplificare. M5S e Avs non negano che Roma abbia bisogno di più forza istituzionale; contestano, piuttosto, la strada scelta. In Aula, i 5 Stelle hanno sostenuto che molte funzioni e risorse potrebbero essere trasferite con una legge ordinaria, senza aprire un nuovo cantiere costituzionale. Avs ha espresso una diffidenza analoga. La distanza, quindi, non è tra chi vuole aiutare Roma e chi no. È tra chi punta sulla riforma simbolica e chi chiede strumenti immediati, amministrativi e finanziari.

Il Pd e il suo doppio tavolo

Per i democratici il problema è tutto qui: non possono intestarsi la modernizzazione della Capitale e, nello stesso tempo, ignorare gli alleati con cui provano a costruire un’alternativa nazionale. Da una parte c’è l’intesa con il centrodestra su Roma; dall’altra c’è la necessità di non rompere con M5S e Avs pochi giorni dopo una battaglia referendaria condotta fianco a fianco. Il risultato è stato il riflesso più tipico delle fasi incerte: nessuno ha voluto assumersi fino in fondo il costo del voto, e il rinvio è diventato una via d’uscita elegante.

La critica costruttiva che Roma merita

Il problema, allora, non è che su Roma ci sia conflitto. In democrazia è normale. Il problema è fingere che il conflitto non esista, mentre si continua a evocare una sintesi che oggi non c’è. Se la riforma vuole davvero camminare, serve un patto politico limpido: una cornice costituzionale credibile, una legge ordinaria sui poteri amministrativi e risorse certe. Anche perché l’obiettivo dichiarato resta quello dei due terzi, indispensabili per evitare un nuovo referendum confermativo. Roma non ha bisogno di slogan unitari. Ha bisogno di una classe dirigente che scelga finalmente se vuole costruire una Capitale più forte o soltanto rinviare il problema con un lessico più elegante.