Roma, il ‘muro’ del Regolamento 2023 ‘no-food’ in centro scricchiola: il Tribunale smentisce il Campidoglio
Nel cuore della Roma che conta — quella delle vetrine dell’alta moda, dei grandi flussi turistici, del Giubileo con il suo fiume di pellegrini e delle rendite immobiliari faraoniche — una sentenza del Tribunale Amministrativo del Lazio rischia di diventare un caso politico. Il Tribunale ha annullato il “No” con cui il Comune di Roma aveva bloccato il trasferimento di un’attività ‘no-food’ in via Frattina smentendo di fatto il regolamento del Commercio classe 2023 fortemente voluto dalla ‘maggioranza Gualtieri’. Non è solo una storia di carte bollate: è il segnale che la strategia del Campidoglio per “governare” il centro storico, per di più durante l’Anno Santo, potrebbe poggiare su basi più fragili del previsto.
Roma centro, il regolamento del 2023 traballa
In sintesi, la vicenda si consuma nel giro di pochi mesi e lungo l’asse più sensibile del centro: una società attiva nel settore abbigliamento chiede di spostarsi da Via di Torre Argentina a Via Frattina. La società presenta l’istanza di trasferimento, ma il Campidoglio prima invia i “motivi ostativi” preliminari il 25 luglio 2025. Poi formalizza il ‘No’ definitivo l’8 agosto 2025, sostenendo che il locale di destinazione sarebbe “bloccato” da un vincolo del nuovo regolamento sul commercio.
La ricorrente impugna subito e ottiene un primo risultato già in corsa: il TAR concede la sospensiva il 5 settembre 2025, segnalando che la tesi comunale potrebbe non reggere. Il caso arriva poi alla discussione pubblica del 9 gennaio 2026. E, infine, la sentenza pubblicata il 20 gennaio 2026: il giudice annulla il ‘No’ del Campidoglio basato sul nuovo regolamento capitolino del 2023.
Secondo i giudici, il vincolo del campidoglio è stato costruito su una classificazione sbagliata (bigiotteria scambiata per attività tutelata) e obbliga il Comune di Roma a ‘rideterminarsi’, cioè a rifare l’istruttoria e decidere di nuovo. In mezzo, resta l’immagine politica di un regolamento nato per “governare” il centro storico che, alla prima vera prova sul campo, mostra già crepe evidenti.
La linea di Gualtieri: proteggere la città vetrina, frenare la monocultura
L’idea, sulla carta, è comprensibile: difendere la Città storica da una deriva “tutto uguale”, dove ogni serranda si trasforma in cibo take-away, souvenir e format di moda replicabili. Contro la trasformazione in food/beverage (somministrazione) e contro la “mono-cultura” commerciale. È qui che entra in gioco il Regolamento della Città Storica (DAC 109/2023), uno strumento con cui l’amministrazione guidata dal sindaco Roberto Gualtieri ha provato a costruire una presunta diga: alcune attività vengono considerate “tutelate” e, in certi casi, i locali restano vincolati a quel tipo di commercio.
Lucarelli e l’assessorato “di frontiera”: quando la regola diventa terreno minato
In questa partita, la responsabilità politica non è astratta: passa dalle mani dell’assessorato che segue attività produttive e commercio. Monica Lucarelli, assessora con deleghe su imprese e sviluppo economico, è uno dei volti che più incarnano questa promessa di “ordine urbano”: regole più severe, identità commerciale da preservare, selezione più netta tra ciò che arricchisce e ciò che consuma la città. Ma proprio qui nasce il problema: se le norme sono applicate male, la narrativa della tutela si trasforma in un boomerang.
Il TAR smonta la tesi del Campidoglio: non basta un’etichetta per bloccare un locale
Il punto che il TAR mette a nudo è disarmante: Roma avrebbe negato l’autorizzazione sostenendo che nel locale esistesse un vincolo legato ad attività “tutelata”, ma lo avrebbe fatto forzando le definizioni. In sostanza: il Comune avrebbe trattato la “bigiotteria” come se fosse “alta moda” o “gioielleria” in senso regolamentare. Risultato: istruttoria sbagliata e diniego annullato. Non è un cavillo, è un messaggio pesante: se la tutela si regge su interpretazioni elastiche, basta un giudice a far crollare l’impalcatura.
Il vero nodo: un regolamento ambizioso che rischia di diventare una guerra di ricorsi
Ed eccola, la domanda politica: quanto è solido un regolamento che, appena invocato, viene neutralizzato in tribunale? Il rischio è doppio. Primo: trasformare la “difesa del Centro” in una roulette per imprese e proprietari, dove tutto dipende da come viene classificata l’attività precedente. Secondo: alimentare l’idea di un’amministrazione che decide per “categorie” più che per dati certi, aprendo la porta a contenziosi seriali. E quando i ricorsi diventano la regola, la città perde tempo, investimenti e credibilità.
Gualtieri e Lucarelli davanti al bivio: correggere subito o farsi logorare
Nessuno sta dicendo che il regolamento sia “cancellato”: non lo è. Ma la sentenza è una spia rossa che lampeggia forte. Perché la sfida del centro storico — tra tutela, turismo, rendita e lavoro, specie in etmpi di commercio sempre più on line — non si vince solo con un testo teorico approvato in Assemblea. Si vince con applicazione coerente, istruttorie inattaccabili, linee guida chiare e controlli che non sembrino arbitrari. Altrimenti, la diga anti-monocultura rischia di diventare un colabrodo: e a pagare non è soltanto il Comune in spese legali, ma l’autorevolezza della politica cittadina.