Roma, indagato il Garante della Privacy: Finanza negli uffici, carte sequestrate. Ipotesi peculato e corruzione

Garante della Privacy

Gli uomini del nucleo Pef della Guardia di Finanza sono entrati negli uffici del Garante della Privacy a Roma per acquisire documenti e materiale informatico, nell’ambito di un’indagine della Procura di Roma che coinvolge il presidente Pasquale Stanzione e gli altri membri del Collegio. I reati ipotizzati sono peculato e corruzione, in un fascicolo coordinato dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco.

Le perquisizioni negli uffici del Garante

Nel registro degli indagati, oltre al presidente Stanzione, figurano anche gli altri componenti dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, chiamati a rispondere sulle spese di rappresentanza e su alcune decisioni considerate “anomale” nella gestione dei poteri sanzionatori dell’Authority. I finanzieri stanno sequestrando cartecomputer e cellulari per ricostruire flussi di spesa, note di rimborso e passaggi decisionali che avrebbero inciso su sanzioni milionarie verso i colossi del digitale.

Al centro dell’indagine c’è la vicenda sollevata dalla trasmissione Report di Sigfrido Ranucci, che ha acceso i riflettori sulle spese di rappresentanza del Collegio del Garante.​ Tra gli episodi finiti nel fascicolo spuntano le spese per la carne acquistata dal presidente Stanzione e imputata ai conti dell’Autorità, con ricevute e giustificativi che ora verranno passati al setaccio dagli investigatori per capire se quei costi fossero davvero legati all’attività istituzionale.

Il caso Meta e i 40 milioni “svaniti”

Non c’è solo la voce “carne” a fare rumore. Sotto esame c’è anche la mancata sanzione di circa 40 milioni di euro a Meta per il primo modello di smart glasses lanciato con il marchio Ray-Ban Stories, prodotto dalla società di Mark Zuckerberg.​ Secondo le ricostruzioni giornalistiche, dopo le verifiche sui Ray-Ban Stories il Garante avrebbe avuto in mano un dossier per una maxi multa, poi non comminata: un passaggio che la Procura vuole ora chiarire, incrociando atti interni, verbali e comunicazioni tra i vertici dell’Autorità.

La replica di Ranucci e il peso politico del caso

Non appena si è diffusa la notizia delle perquisizioni, Sigfrido Ranucci, attraverso un post pubblicato sui suoi profili ufficiali sui social, ha rivendicato il ruolo delle inchieste di Report, spiegando che proprio dai servizi andati in onda sulla Rai è partita l’attenzione dei magistrati romani sulle spese di rappresentanza del Collegio e sulla gestione dei rapporti con i big tech.​

L’inchiesta è agli inizi, le responsabilità dovranno essere accertate e ogni valutazione resta affidata agli sviluppi giudiziari. Il caso, che tocca un’Autorità chiamata a garantire trasparenzaindipendenza e tutela dei dati dei cittadini, rischia ora di trasformarsi in un banco di prova politico e istituzionale, con richieste di chiarimento e possibili pressioni per le dimissioni del vertice. Il Garante della Privacy, chiamato ogni giorno a vigilare su dati sensibili, colossi tecnologici e diritti dei cittadini, si trova ora sotto la lente della magistratura. E quando a finire sotto indagine è l’organo che dovrebbe garantire trasparenza e correttezza, la questione smette di essere solo giudiziaria. Diventa, inevitabilmente, un problema di credibilità pubblica.