Roma, ladro ucciso all’Eur durante la fuga: condanna al carabiniere e scontro politico sulla sicurezza. Salvini all’attacco
Il Tribunale penale di Roma ha condannato a tre anni un carabiniere per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi: nel 2020, durante un intervento all’Eur, sparò e uccise un uomo sorpreso mentre tentava un furto. La sentenza è di primo grado, ma l’impatto è già politico. Matteo Salvini parla di “vicinanza e solidarietà” e avverte: “A temere una condanna devono essere i criminali, non forze dell’ordine e cittadini perbene”. La vicenda torna così al centro del dibattito nazionale su sicurezza, tutela delle divise e confini della reazione armata.
La scena all’Eur: tentato furto, cacciavite, fuga e colpi di pistola
La notte tra il 19 e il 20 settembre 2020 l’intervento scatta in via Paolo Di Dono, dopo la segnalazione di una effrazione in un ufficio. Secondo la ricostruzione dell’accusa, i carabinieri attendono l’uscita del sospettato e gli intimano di fermarsi. L’uomo, indicato come Jamal Badawi, 56 anni, reagisce: colpisce al busto un militare con un cacciavite e tenta la fuga. A quel punto l’altro carabiniere esplode due colpi di pistola: uno va a segno e il 56enne muore. Un dettaglio che pesa nel processo è la distanza dello sparo, indicata tra 7 e 13 metri.
Perché i giudici hanno detto “troppo”: il confine della proporzione
Il cuore della sentenza sta in una parola che, in Italia, diventa sempre politica: proporzione. I giudici non negano la tensione di quei secondi, né il fatto che un collega fosse stato ferito. Ma ritengono che la risposta armata abbia superato il limite consentito in quel contesto, configurando l’“eccesso colposo”. È il punto in cui lo Stato prova a tracciare una linea: da una parte la legittima difesa e la tutela di chi opera per la sicurezza pubblica, dall’altra il rischio che la forza diventi automatismo, istinto, scorciatoia.
Il “dopo sentenza”: appello e due Italie che non si parlano
Ora lo scontro si sposta inevitabilmente sull’appello. Da un lato, chi vede un servitore dello Stato punito “per aver fatto il suo dovere” e teme un effetto paralisi: l’idea che le divise possano esitare, per paura di un processo, proprio quando serve intervenire. Dall’altro, chi legge la condanna come un argine necessario: perché il potere di usare un’arma resta un’eccezione enorme, che deve rispondere a criteri rigorosi e verificabili. È la fotografia di un Paese che si divide non solo sulle sentenze, ma sul concetto stesso di autorità.
Dalle parole ai provvedimenti: tutela delle divise, processi e “bodycam”
Le dichiarazioni di Salvini si inseriscono in una stagione politica in cui la “tutela delle forze dell’ordine” è tornata tema centrale. Il ragionamento è semplice e comunicativamente potente: se chi rischia la vita finisce sotto accusa, lo Stato manda un messaggio sbagliato. Da qui la spinta a rafforzare strumenti come l’assistenza legale in procedimenti legati al servizio e l’uso di dispositivi di registrazione, dalle telecamere di bordo alle bodycam, per ridurre zone grigie e contese sulle ricostruzioni. Ma anche qui, il Paese si spacca: per alcuni è trasparenza, per altri è controllo permanente.
Contesto: sicurezza e Stato di diritto, la linea rossa della fiducia
Questo caso diventa bandiera perché tocca un nervo scoperto: la fiducia. Fiducia dei cittadini in chi li protegge, fiducia delle divise nel fatto di non essere lasciate sole, fiducia nella giustizia quando valuta azioni compiute in pochi secondi e sotto stress estremo. La politica, però, tende a semplificare: “eroe” contro “colpevole”, “ordine” contro “garantismo”. La realtà è più scomoda: strade più tese, aggressioni più frequenti nel racconto pubblico, e un equilibrio delicato tra sicurezza e diritti che ogni sentenza riapre. Perché la domanda, alla fine, resta sempre la stessa: come si protegge chi protegge, senza indebolire le regole che proteggono tutti.