Roma, l’angelo-Meloni sparisce dalla basilica di San Lorenzo: chi l’ha cancellato, perché e cosa succede adesso
Roma, una macchia bianca, piazzata dove fino a ieri c’era un volto diventato virale, ha chiuso (almeno per ora) il caso dell’“angelo-Meloni” nella Basilica di San Lorenzo in Lucina: un’immagine comparsa dopo un restauro e poi oscurata, tra folla di curiosi, imbarazzo istituzionale e una catena di “io non c’entro” che sa di romanità burocratica e di prudenza vaticana.
La pennellata che spegne il caso (e accende il sospetto)
Il volto del cherubino — improvvisamente somigliante alla premier — è stato coperto con una stesura chiara, netta, quasi chirurgica. Il gesto, raccontano le ricostruzioni più accreditate, sarebbe stato compiuto dal restauratore Bruno Valentinetti, che avrebbe parlato di un’indicazione arrivata “dall’alto” per congelare tutto e preparare un ritorno all’immagine precedente. Traduzione: stop alle interpretazioni, stop ai meme, stop alle letture politiche dentro una chiesa.
La basilica trasformata in set: la fede in coda con i selfie
Il vero detonatore non è stato l’affresco in sé, ma ciò che ha innescato: un pellegrinaggio di smartphone. Il parroco Daniele Micheletti ha descritto una situazione diventata ingestibile: persone entrate non per ascoltare messa o pregare, ma per scattarsi la foto “con l’angelo”. Quando una navata si comporta come un museo gratuito e rumoroso, la liturgia perde centralità e la parrocchia si ritrova a gestire un’attrazione non richiesta.
Dove succede tutto: nel cuore di Roma, a un passo dal potere
Qui il contesto pesa. L’episodio non nasce in un angolo remoto, ma in un punto ad alta densità simbolica: Piazza San Lorenzo in Lucina, a ridosso di Via del Corso e a poche centinaia di metri da Palazzo Montecitorio. È il centro-centro: quello dove ogni immagine, anche la più bizzarra, viene letta come messaggio. E dove un volto “somigliante” diventa subito un caso nazionale, non un dettaglio decorativo.
Il rimpallo: iniziativa artistica o scivolone non comunicato?
La linea di difesa ecclesiastica è stata chiara: il restauro era noto, ma la “trasformazione” del volto sarebbe stata un’iniziativa personale non condivisa con i canali competenti. In mezzo, il paradosso: l’opera è recente, ma il clamore la rende improvvisamente “intoccabile”. Persino la premier, con ironia, ci ha scherzato sopra (“non somiglio a un angelo”), ma la battuta non ha spento l’incendio: lo ha solo reso più pop, più condivisibile, più irresistibile per la macchina dei social.
Entra lo Stato: non è solo una questione di gusto
Quando una polemica finisce sui media e coinvolge un luogo di culto di rilievo, il terreno cambia: non è più solo “decoro”, è gestione di un bene e della sua tutela. Il Ministero della Cultura ha fatto sapere che per qualunque ripristino serve un percorso formale, con passaggi e responsabilità chiare. In cabina di regia c’è anche la soprintendente Daniela Porro: il messaggio è semplice, anche senza tecnicismi—niente interventi estemporanei, niente colpi di scena pittorici.
Cosa succede adesso: il volto originale e i tempi veri
La copertura è un “tappo”, non una soluzione definitiva. Il prossimo passo sarà ricostruire con precisione quale fosse l’immagine precedente e con quali materiali intervenire per ripristinarla senza lasciare cicatrici visive. Nel frattempo, gli attori istituzionali si muovono: Vicariato di Roma, Fondo edifici di culto e Ministero dell’Interno entrano nel quadro, ognuno con un pezzo di competenza. Il “cantiere” vero, però, partirà solo quando la filiera delle decisioni sarà blindata: perché dopo questa storia, nessuno vuole un altro angelo che faccia politica suo malgrado.