Roma, lo sfregio dopo la sentenza, assalto al bar ‘Don Pino Puglisi’: ” È la vendetta contro la legalità”
Roma, a Montespaccato, Roma ovest, qualcuno ha deciso di rompere la tregua con un gesto che sa di intimidazione più che di semplice furto. Nella notte tra il 21 e il 22 gennaio 2026, il bar-ristorante del centro sportivo “Don Pino Puglisi” — un bene confiscato e restituito alla collettività — è stato vandalizzato e saccheggiato. Un’incursione mirata, rapida, chirurgica. Come se gli autori sapessero perfettamente dove mettere le mani e, soprattutto, quale simbolo colpire.
Il tempismo che pesa come un macigno
Il dettaglio che rende la vicenda politicamente esplosiva non è solo la violenza dell’azione, ma il suo tempismo. Il raid arriva a due giorni dalla sentenza della Corte d’Appello di Roma, che ha confermato la confisca definitiva dell’impianto e degli altri immobili legati al clan Gambacurta, cancellando anche l’ipotesi — avanzata in precedenza — di restituire una quota del centro alla famiglia del boss. Una decisione che, in questi territori, non resta mai “solo” una pagina di giustizia. Diventa una presa di posizione pubblica.
Danni e devastazione: il colpo al cuore del progetto
Secondo le ricostruzioni, i vandali sarebbero entrati sfondando la recinzione, forzando l’accesso dal bagno clienti e devastando gli spazi in pochi minuti. Rubati frigoriferi (anche di grandi dimensioni), generi alimentari, attrezzature e persino la macchina professionale del caffè. Non solo: sarebbero stati danneggiati infissi, prese elettriche, cancelli e lasciati rubinetti aperti per allagare la struttura. Un “lavoro” che non punta soltanto al bottino, ma a lasciare macerie morali, a rendere più difficile ripartire, a piegare la quotidianità di chi prova a costruire qualcosa.
Dal clan ai ragazzi: perché quel bar vale più di un incasso
Il punto è che quel bar non è un esercizio qualunque. È parte di un percorso di riscatto, gestito dall’azienda pubblica Asilo Savoia e dai giovani del progetto Talento & Tenacia, che usa lo sport come leva di inclusione sociale e lavoro nelle periferie. In quel bancone c’è un’idea precisa di città: una Roma che non lascia ai margini chi nasce lontano dalle opportunità, ma prova a ricucire, formare, restituire futuro. È questo che dà fastidio: non la cassa, ma la speranza organizzata. Perché un bene confiscato, quando funziona, è una promessa mantenuta.
Il messaggio dietro il furto: intimidire per rallentare
Qui la cronaca diventa politica. Perché un bene confiscato è una dichiarazione pubblica: dice che lo Stato può vincere, che il territorio può cambiare, che la paura non è un destino obbligato. Colpirlo significa tentare di riportare tutti al vecchio copione: rassegnazione, silenzio, “tanto è sempre stato così”. Simone Valentini, riferimento del progetto e della scuola calcio, racconta lo shock di aver trovato tutto devastato proprio mentre si preparava una festa popolare per la comunità. E il presidente di Asilo Savoia, Massimiliano Monnanni, è netto: “Se l’intenzione è spaventarci e farci tirare indietro, non ci riusciranno”.
La risposta delle istituzioni: “La legalità non arretra”
La reazione non si è fatta attendere. L’assessore capitolino al Patrimonio Tobia Zevi ha promesso vicinanza e continuità: “Se qualcuno pensa di rallentare questo percorso, si sbaglia. La legalità non arretra”. Parole importanti, ma adesso servono anche atti conseguenti: sicurezza, tutela concreta, investimenti e soprattutto presenza pubblica costante. Perché ogni volta che un bene comune viene colpito, la domanda è sempre la stessa: chi presidia davvero le periferie quando le telecamere si spengono? E, soprattutto, quanta determinazione serve per impedire che la violenza simbolica diventi l’ennesimo freno alla rinascita di un quartiere.