Roma, malore improvviso a Tor Vergata, il 118 porta un cardiopatico a 20 chilometri di distanza: “Sanità allo sfascio, a Latina 12 ambulanze bloccate”
Un uomo di 52 anni, cardiopatico, perde conoscenza durante una cena a Tor Vergata. Il 118 gli assegna un codice rosso, ma l’ambulanza non lo trasporta al Policlinico di Tor Vergata, l’ospedale più vicino e dove era già stato operato al cuore. La destinazione è invece il Campus Bio-Medico di Trigoria, a circa 20 chilometri di distanza.
È da questa vicenda, raccontata a 7Colli da un familiare del paziente, che nasce una domanda destinata ad alimentare il dibattito sull’organizzazione dell’emergenza sanitaria nel Lazio: perché un paziente in condizioni potenzialmente critiche non viene sempre accompagnato nel pronto soccorso più vicino?
Per ottenere una risposta ufficiale, il fratello del 52enne ha inviato una PEC alla Regione Lazio, chiedendo chiarimenti sul protocollo utilizzato dalla Centrale Operativa del 118 e sui criteri che regolano la destinazione dei pazienti durante le emergenze.
Il malore a Tor Vergata: uomo privo di sensi e cianotico
È successo la sera di giovedì 23 luglio, poco prima delle 19, in via della Tenuta di Torrenova, a Roma. Il 52enne, con una storia clinica particolarmente delicata, ha accusato un malore improvviso mentre si trovava con i familiari. L’uomo aveva già affrontato un complesso intervento per un aneurisma cardiaco, con l’applicazione di tre bypass eseguiti anni fa proprio al Policlinico di Tor Vergata.
Nel giro di pochi istanti ha perso conoscenza, diventando cianotico. È partita immediatamente la chiamata al Numero Unico per le Emergenze.
A raccontare l’accaduto è il fratello, Massimiliano Scermino. Gli operatori della Centrale Operativa del 118, una volta allertati, hanno attivato una videochiamata, rimanendo in contatto con i familiari fino all’arrivo dei soccorsi. «Vogliamo ringraziare il personale del triage del 118 che ci ha assistito costantemente, monitorando la situazione e fornendoci indicazioni preziose durante l’attesa», racconta. L’ambulanza è arrivata dopo circa mezz’ora. Gli operatori hanno effettuato i controlli clinici, rilevato i parametri vitali ed eseguito un elettrocardiogramma. A quel punto è arrivata la decisione che oggi il familiare contesta.
“Non al pronto soccorso più vicino, ma a Trigoria”
Nonostante la vicinanza del Policlinico di Tor Vergata, dotato anche di emodinamica e già punto di riferimento clinico del paziente, il 52enne è stato trasportato al Campus Bio-Medico di Trigoria. Una scelta che, secondo il fratello, sarebbe stata dettata dai protocolli della Centrale Operativa. «Le direttive non vengono decise dagli operatori del 118, che fanno semplicemente il loro lavoro. La domanda è un’altra: perché un paziente con un quadro clinico così delicato non viene portato nel pronto soccorso più vicino?».
Per questo motivo il familiare ha deciso di formalizzare la vicenda, inviando una PEC alla Regione Lazio per conoscere nel dettaglio il protocollo utilizzato dalla Centrale Operativa quando i pronto soccorso raggiungono la soglia massima di affollamento e le ambulanze vengono indirizzate verso ospedali più lontani. «Mi auguro che venga istituito un audit su casi come questo, per garantire la massima trasparenza nei confronti dei pazienti e degli stessi operatori del 118», afferma Massimiliano Scermino. La richiesta riguarda quindi l’applicazione concreta dei protocolli e i criteri con cui vengono effettuate le destinazioni nei casi di emergenza-urgenza.
Il sovraffollamento dei pronto soccorso negli ospedali del Lazio
Il caso si inserisce in una questione ben più ampia, quella del sovraffollamento dei pronto soccorso del Lazio. Quando un ospedale supera la capacità di accoglienza, la Centrale Operativa può indirizzare i mezzi di soccorso verso altre strutture disponibili per evitare il collasso dei reparti di emergenza. Una scelta organizzativa che, però, continua a sollevare interrogativi quando riguarda pazienti con patologie tempo-dipendenti o con un quadro clinico particolarmente complesso.
Anche il pronto soccorso dell’ospedale Santa Maria Goretti di Latina sta vivendo giorni di forte criticità. Gli accessi hanno superato la capienza disponibile, con sale d’attesa affollate, pazienti sistemati sulle barelle delle ambulanze e letti occupati anche lungo i corridoi. Molti malati, soprattutto anziani con patologie non gravi ma comunque bisognosi di valutazione, restano in attesa per ore mentre i reparti faticano ad assorbire i ricoveri.
Ambulanze ferme e mezzi di soccorso bloccati a Latina
L’effetto più evidente del sovraffollamento riguarda proprio il sistema del soccorso. Quando le barelle del pronto soccorso sono tutte occupate, i pazienti restano su quelle delle ambulanze. Di conseguenza gli equipaggi sono costretti ad attendere per recuperare il materiale sanitario e i mezzi rimangono fermi all’interno dell’ospedale.
Nella tarda mattinata sono state contate almeno dodici ambulanze bloccate davanti al Santa Maria Goretti, con gli equipaggi impossibilitati a tornare operativi sul territorio. A complicare ulteriormente la situazione contribuisce anche l’occupazione dei parcheggi riservati ai mezzi di emergenza da parte di auto private, con conseguenti rallentamenti nelle operazioni di soccorso.
Intanto, sulla vicenda del 52enne trasportato da Tor Vergata al Campus Bio-Medico, la famiglia attende ora una risposta ufficiale dalla Regione Lazio, nella speranza di capire quali criteri regolino le destinazioni dei pazienti nelle situazioni di emergenza e se il protocollo applicato in quella serata fosse conforme alle procedure previste e se, in casi come questo, esistano margini per garantire ai pazienti più fragili il trasferimento nella struttura ospedaliera più idonea e vicina.