Roma nega il dehor allo storico ristorante in centro: stangata in Tribunale per il Campidoglio
Roma, non è soltanto una disputa su tavoli all’aperto, metri quadrati e autorizzazioni: la decisione del Tar del Lazio sul caso di Alfredo alla Scrofa, storico ristorante nel cuore di Roma, riporta al centro una questione più ampia. Come si governa il delicato equilibrio tra attività economiche, decoro urbano e regole nel centro storico della Capitale. Il locale di via della Scrofa, noto anche a livello internazionale per le sue celebri fettuccine, ha ottenuto dai giudici una vittoria significativa contro Roma, che aveva respinto il progetto di revisione del dehor esterno.
Il no del Comune di Roma
L’amministrazione capitolina, guidata dal sindaco Gualtieri, aveva bocciato la proposta presentata dal ristorante, ritenendo che gli spazi già previsti nel piano di massima occupabilità rappresentassero il limite massimo consentito.
Alla base del ‘No’, soprattutto, c’erano motivazioni legate – per il Comune – alla sicurezza e alla viabilità: secondo il Comune, la nuova configurazione avrebbe comportato l’attraversamento della carreggiata da parte del personale di servizio e dei clienti, in contrasto con i regolamenti. A ciò si aggiungeva la necessità, sempre il palazzo Senatorio, di preservare uno spazio sufficiente per il passaggio dei veicoli e dei mezzi di soccorso in una strada centrale e complessa come via della Scrofa.
La posizione del ristorante: investire per riqualificare
Dal canto suo, Alfredo alla Scrofa aveva impostato la richiesta non come una semplice espansione commerciale, ma come un intervento di riqualificazione urbana da realizzare a proprie spese. L’obiettivo dichiarato era migliorare l’area esterna, rendendola più ordinata e più gradevole, in una zona dove estetica, vivibilità e attrattività turistica si intrecciano inevitabilmente. È proprio questo il punto che ha dato alla vicenda una valenza più politica che tecnica: fino a che punto il Comune può chiudere la porta a un progetto privato che sostiene di produrre un beneficio anche per lo spazio pubblico?
La sentenza del Tar e il richiamo al confronto
Il Tar non ha stabilito che il progetto debba essere approvato, ma ha affermato un principio destinato a pesare nel rapporto tra cittadini, imprese e pubblica amministrazione: una proposta di revisione del piano merita un esame specifico e non può essere liquidata, con due parole, in modo automatico.
Secondo i giudici, quando un privato presenta una richiesta di modifica, si apre un procedimento distinto, che incide direttamente su interessi concreti e richiede quindi un’istruttoria più attenta, accurata, esaminata con attenzione e rispetto. In sostanza, Roma Capitale dovrà tornare sul dossier e valutarlo in modo puntuale, senza rifugiarsi in un diniego standardizzato.
Un precedente che parla alla politica capitolina
La vicenda assume un significato ancora più rilevante perché non si tratta del primo scontro tra il ristorante e il Campidoglio. Già in precedenza Alfredo alla Scrofa aveva ottenuto ragione davanti ai giudici amministrativi su un altro fronte, quello della chiusura di 15 giorni disposta dal Comune per la musica troppo alta all’esterno del locale.
Anche in quel caso, il Tar aveva censurato l’azione dell’amministrazione, giudicando sproporzionato il provvedimento. Due decisioni che, lette insieme, accendono un riflettore sul metodo con cui il Comune gestisce i conflitti con le attività storiche del centro.
Il nodo vero: regole, decoro e visione della città
Dietro questa storia c’è un interrogativo che riguarda Roma nel suo complesso. Il centro storico non può diventare terra di conquista per interessi privati. Ma nemmeno può essere amministrato con una logica puramente difensiva, incapace di distinguere caso per caso.
La linea indicata dal Tar sembra andare proprio in questa direzione: servono regole, ma servono anche valutazioni concrete, confronto e responsabilità amministrativa. Ora la partita torna a Roma Capitale. E il punto non è solo decidere il destino di un dehor, ma capire quale idea di città il Campidoglio intenda davvero mettere in campo.