Roma, non chiuderà lo storico pub scozzese in centro, lo stop imposto dal Comune era sbagliato: “Annullato”


Contenuti dell'articolo

Roma, il Tribunale amministrativo ha depennato l’ordine con cui il Comune voleva far chiudere uno storico pub scozzese in centro, in vicolo San Biagio: secondo i giudici, il Comune è intervenuto troppo tardi e senza spiegare perché, dopo tanti anni, potesse ancora bloccare l’attività in quel modo.

Lo stop del Comune di Roma al pub scozzese

Al centro della vicenda c’è la Società M. S.r.l. e un locale in vicolo di San Biagio n. *. Il 28 gennaio 2025 Roma ha firmato un ordine che imponeva il “divieto di prosecuzione” e la “contestuale cessazione” dell’attività di somministrazione ritenuta abusiva sulla superficie eccedente i 35 mq.
La decisione comunale nasce da un controllo della Polizia Locale di Roma Capitale. Durante l’accesso, gli agenti hanno messo a verbale un dato che per l’amministrazione era decisivo: “l’intera superficie del locale era allestita funzionalmente per l’attività di somministrazione”. E ancora: in tutti gli ambienti c’erano “tavoli, sedie, divani a disposizione della clientela”, con persone “intente alla somministrazione di bevande”. Insomma, per il Comune non contava solo cosa fosse autorizzato sulla carta. Contava l’uso reale degli spazi.

La versione della società: il bancone è nei limiti, i clienti si muovono

La società ha contestato l’impostazione del Campidoglio. In sostanza, ha sostenuto che la parte “destinata a servire la clientela”, cioè il bancone, rispettava i limiti previsti dal titolo. Per la difesa, non avrebbe dovuto pesare il fatto che i clienti, una volta ricevuta la bevanda, si spostassero dentro il locale.
C’era poi un secondo punto, ritenuto centrale: l’attività non sarebbe nata ieri. La società ha ricordato di aver comunicato il subentro già nel 2007 e di aver lavorato “nelle forme” oggi contestate fin da allora. Se così è, l’intervento del Comune nel 2025 arriverebbe dopo un tempo lunghissimo.
Nel frattempo, il 4 marzo 2025, la società M. ha anche presentato una nuova segnalazione per la somministrazione, ribadendo che la superficie destinata a quell’attività era di 35 mq, a fronte di un locale complessivamente più grande.

La decisione del Tar: il problema è “come” il Comune è intervenuto

Il punto chiave, però, non è stato stabilire al millimetro dove finisse la somministrazione e dove iniziasse l’intrattenimento. Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio ha scelto una strada diversa. Ha guardato soprattutto al “come” il Comune è arrivato allo stop.
I giudici spiegano che l’atto comunale si limitava a prendere atto dell’accertamento della Polizia Locale e a concludere che “occorre procedere” con il divieto e la cessazione. Ma, secondo il Tar, mancava un passaggio essenziale: quando un’attività è stata avviata da tempo con una segnalazione del privato, l’amministrazione non può bloccarla anni dopo come se fosse un fatto appena scoperto. Deve motivare in modo rafforzato. Deve spiegare perché interviene così tardi e quale interesse pubblico concreto giustifica la stretta.

Roma e il Campidoglio hanno sbagliato, per i giudici

Nella sentenza si legge che la determinazione “ha inciso sull’esercizio di un’attività… proseguita ininterrottamente” dal 2007. E aggiunge che, scaduti i termini ordinari di controllo, l’intervento del Comune poteva avvenire solo seguendo le regole dell’autotutela, cioè con un provvedimento più solido e motivato, capace di bilanciare gli interessi in gioco.
Qui sta la bocciatura: “la determinazione gravata non contiene cenno alcuno dei presupposti” che rendono possibile un intervento di quel tipo dopo tanto tempo. Per il Tar, non basta dire “c’è l’abuso”. Serve spiegare perché si può e si deve intervenire proprio allora.

Annullato l’atto: niente spese tra le parti

Per questo il Tribunale ha accolto il ricorso e ha annullato l’atto del 28 gennaio 2025. Sulle spese, i giudici hanno scelto una soluzione “neutra”: compensazione. In pratica, ciascuno paga i propri costi legali. Una chiusura che segnala la particolarità della questione, ma non cambia l’esito: lo stop imposto dal Comune, così com’era scritto, non regge.