Roma, parcheggio a ridosso di piazza San Pietro: al ‘No’ della Lega si aggiunge il fronte M5S-Lista Raggi
Roma, il parcheggio interrato previsto a piazza Amerigo Capponi, a due passi da San Pietro, non è più soltanto un dossier urbanistico. Da giovedì 19 marzo entra nel cuore della politica romana. Nell’ordine dei lavori del prossimo consiglio comunale dell’Assemblea Capitolina compare infatti la mozione n. 61/26, firmata dai consiglieri Linda Meleo, Virginia Raggi, Daniele Diaco e Paolo Ferrara, che chiede al sindaco e alla giunta Gualtieri una “contrarietà definitiva e pubblica” alla realizzazione dell’opera, richiamando sicurezza, patrimonio edilizio e diritti dei residenti.
Il caso sbarca in Aula Giulio Cesare
La novità politica è tutta qui. Fino a ieri il parcheggio di Capponi era una grana fatta di carte, pareri, proteste di quartiere e risposte giudicate evasive. Da ora diventa un test per il Campidoglio. La mozione del gruppo M5S porta il tema nell’Aula che conta. E mette Roberto Gualtieri davanti a una contraddizione politica pesante: il progetto è stato inserito tra le opere legate al Giubileo, ma adesso una parte dell’opposizione chiede al sindaco di prenderne pubblicamente le distanze.
Che cosa prevede davvero il progetto
Qui si apre il punto più delicato. Il parcheggio viene raccontato come una risposta alla carenza di sosta nel quadrante di Borgo Pio. Ma il nodo non è solo quanti posti auto porterà. Il nodo è per chi saranno. Nella ricostruzione ufficiale dell’intervento si parla infatti di 140 stalli, tutti pertinenziali. In parole semplici, non si tratterebbe di un normale parcheggio pubblico aperto indistintamente a tutti, ma di posti legati a immobili privati. Ed è proprio qui che la vicenda cambia faccia.
La faglia politica è tutta nei numeri
Il cuore dello scontro sta nella trasformazione del progetto. All’inizio si parlava di un intervento da 70 posti. Poi i numeri sono raddoppiati. Si è passati a 140 stalli. Questo salto è diventato il simbolo di tutta la polemica. Perché più il progetto cresce, più si rafforza il sospetto che non sia stato pensato per risolvere il problema della sosta quotidiana dei residenti, ma per costruire un’operazione che favorisce soprattutto una platea privata. Fuori dal linguaggio amministrativo, è questo il punto che la politica sta mettendo sotto i riflettori.
Il precedente: la Lega aveva già aperto il fronte
Prima della mozione M5S-Raggi, il caso era già esploso con la Lega. In Aula Giulio Cesare, Fabrizio Santori e Luigi Servilio avevano attaccato la risposta dell’assessore alla Mobilità Eugenio Patanè, giudicandola insufficiente. I leghisti avevano sollevato tre questioni molto nette. La prima: il passaggio da 70 a 140 posti. La seconda: i dubbi sugli scavi in un’area tanto delicata. La terza: la natura pertinenziale dell’intervento. Da lì è partita la domanda politica più insidiosa per il Campidoglio: si sta realizzando un’opera utile al quartiere o un parcheggio che finirà per servire soprattutto interessi privati?
I residenti e il conto che non torna
Su questo terreno si è inserita la protesta dei residenti. Il timore, espresso da comitati e cittadini della zona, è che il quartiere perda posti auto in superficie senza ottenere in cambio un beneficio reale per tutti. In sostanza, il rischio denunciato è semplice: togliere spazio alla sosta ordinaria per sostituirla con posti interrati che non sarebbero davvero accessibili alla generalità dei residenti. A questo si aggiungono le paure per il cantiere, per gli scavi in un’area storica e per l’impatto su un tessuto urbano già fragile
Il vero nodo per Gualtieri
Il problema, ormai, non è soltanto il parcheggio. Il problema è il messaggio politico. Perché a due passi da San Pietro, nel quadrante simbolico del Giubileo, prende forma un’opera che una parte crescente della città legge non come una soluzione pubblica, ma come un intervento pensato per pochi. E questa percezione, in politica, pesa quasi quanto i fatti. Anzi, a volte pesa di più.
Il sindaco e la sua maggioranza si trovano così davanti a un passaggio delicato. Difendere l’opera significa assumersi il costo politico di un progetto che divide. Fermarla, o prenderne le distanze, significherebbe invece ammettere che qualcosa nel racconto pubblico di questa vicenda non ha funzionato. In mezzo c’è l’Aula Giulio Cesare, chiamata a misurare il consenso reale attorno a un parcheggio che da opera tecnica è diventato ormai un caso politico cittadino.