Roma, piazza Navona, guerra ai tavolini ‘selvaggi’: il Tribunale frena il Campidoglio (ma la stretta resta)
Roma, il Tribunale Amministrativo del Lazio frena la linea dura del Campidoglio sui tavolini di piazza Navona, che è anche sito UNESCO: la chiusura “automatica” da 10 giorni imposti ai tavolini dei ristoranti e bancarelle attivi in zona non regge, e viene ricondotta a 5 giorni dai giudici.
Roma, una sentenza che pesa più del singolo locale di piazza Navona
La vicenda nasce da un controllo in area Piazza Navona: la società G. s.r.l. si è vista imporre rimozione dei tavoli e chiusura per 10 giorni. Ma i giudici, con sentenza pubblicata quest’oggi 12 gennaio 2026, hanno “tagliato” la sanzione: restano 5 giorni, non 10.
Piazza Navona, simbolo (e campo minato) del sito UNESCO
Non è una piazza qualunque: Piazza Navona è uno dei salotti del barocco romano, dentro il perimetro del sito UNESCO del Centro storico. Ed è qui che la politica cittadina gioca la partita più delicata: decoro e vivibilità contro rendita turistica e “città-vetrina”. Una partita che non riguarda solo il locale G., ma il modello di gestione dell’intero Centro: flussi, ingombri, sicurezza, reputazione internazionale, e soprattutto la possibilità per i residenti di non sentirsi ospiti a casa propria.
Il pugno duro del Campidoglio: deterrenza e numeri
La stretta nasce dalla volontà politica di alzare l’asticella contro i “dehors selvaggi” – così scrive il Campidoglio tra gli atti – nell’area UNESCO: chi occupa suolo pubblico senza titolo, secondo l’impostazione comunale, deve subire una sanzione capace di fare da deterrente e di interrompere la convenienza economica dell’irregolarità. La narrazione istituzionale insiste su due parole-chiave: concorrenza leale (tutela di chi rispetta le regole) e gestione del Centro in vista dei grandi flussi, con l’orizzonte del Giubileo sullo sfondo.
Il TAR: sì ai controlli, no alle sanzioni “a forfait”
Il punto non è “se” Roma possa intervenire: per i giudici l’amministrazione può ordinare il ripristino dei luoghi e la chiusura collegata all’abuso. Ma quando la chiusura diventa una punizione aggiuntiva, serve una cornice chiara, non una cifra fissata “per tutti” in modo automatico. La norma nazionale richiamata parla infatti di chiusura “comunque, per un periodo non inferiore a cinque giorni”. Ed è proprio qui che, secondo il TAR, l’ordinanza capitolina esagera: 10 giorni fissi non possono diventare la regola standard, perché scivolano nella sanzione punitiva senza una misura “invalicabile” definita con precisione.
Il messaggio politico: regole uguali, ma Stato di diritto
Tradotto fuori dal linguaggio da addetti ai lavori: il TAR non smentisce l’idea di una città che difende marciapiedi, carreggiate e spazi pubblici (anche per sicurezza e fruibilità). Ma chiede al Campidoglio di non trasformare la deterrenza in una sorta di ‘scorciatoia’. È un segnale politico doppio: da un lato ai commercianti — “i controlli ci sono e restano” — dall’altro a Palazzo Senatorio — “le regole devono reggere in tribunale, non solo nei comunicati stampa”. In pratica: il pugno può essere fermo, ma il guanto deve essere cucito a norma di legge.
Cosa cambia ora nel Centro storico: nuovi ricorsi e nuova fase OSP
La sentenza rischia di aprire una stagione di ricorsi “a catena” su casi simili, soprattutto nel perimetro UNESCO. E inevitabilmente rientra nel dibattito più ampio sulle OSP, tra nuove regole, richieste di adeguamento e controlli che — nel 2026 — si annunciano più frequenti e più politici: perché in una città turistica come Roma il suolo pubblico non è solo un tema amministrativo, ma una risorsa contesa. Il risultato è una Roma che prova a fare ordine, ma con un TAR che ricorda al Comune che, nel centro storico, la “linea dura” deve essere anche inattaccabile sul piano delle garanzie.
