Roma, picchiato a morte per un caffè: 21 anni al badante ubriaco che ha ucciso l’ex poliziotto Nicolò Caronia

Nicolò Caronia

Contenuti dell'articolo

Doveva assisterlo, non ucciderlo. E invece è bastata una richiesta banale, quella di un caffè. E si è trasformata in una aggressione feroce costata la vita a Nicolò Caronia94 annipoliziotto in pensione. Una violenza assurda, per la quale la Corte d’Assise di Roma ha condannato a 21 anni di carcere Nawela K., 33 anni, originario dello Sri Lanka, badante assunto solo da pochi giorni.

Le botte risalgono al 2 giugno 2024. Caronia morirà due mesi dopo, il 27 agosto, stroncato dalle conseguenze di quella violenza. Per i giudici si è trattato di omicidio volontario.

Il figlio Fabrizio: “Non vendetta, ma giustizia per mio padre”

In aula c’era Fabrizio Caronia, informatico, figlio della vittima. Ha seguito ogni udienza, senza chiedere risarcimenti, come riporta Il Corriere della Sera. «Volevo esserci per vedere con i miei occhi che fosse fatta giustizia per un servitore dello Stato. Non cercavo vendetta. Oggi posso dire che lo Stato non ha abbandonato mio padre», ha commentato.

La storia di Nicolò Caronia è quella di una vita spesa nella Polizia di Stato. Prima Genova, poi Roma. Negli anni Settanta ha lavorato anche durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro. «Per due mesi non tornò mai a casa», ricorda il figlio. Un impegno totale, che non aveva mai smesso di raccontare con orgoglio. Quel 2 giugno, giorno della Festa della Repubblica, Caronia voleva seguirla dalla televisione. Seduto sul divano. A casa sua.

L’aggressione: insulti, alcol e violenza improvvisa

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il rapporto tra l’anziano e il badante era già teso. Offeseprovocazioni, silenzi. A pranzo Caronia chiede un caffè. Il badante, ubriaco, si rifiuta. L’anziano prova allora ad alzarsi per farselo da solo. È in quel momento che scatta la furia.

Nel capo d’imputazione si parla di colpi ripetuti e violenticalci, pugni e gomitate alla testa, al viso, al busto. Non solo. L’uomo avrebbe anche insultato Caronia e sputato sugli attestati della Polizia appesi nel corridoio. Poi lo rimette a letto. E se ne va nella sua stanza.

La telefonata, i lamenti, la corsa disperata del figlio

È Fabrizio a capire che qualcosa non va. Telefona più volte. Nessuna risposta. Poi risponde il badante. Cerca di minimizzare. Mentre prova a rassicurarlo, Fabrizio sente in sottofondo i lamenti del padre. Corre nell’appartamento di via Mengarini, al Portuense. La scena che appare agli occhi del figlio è sconvolgente: il badante è sdraiato su un divano, in stato confusionale. In casa verranno trovate otto bottiglie di vino vuote. Caronia, invece, è agonizzante. Riesce appena a sussurrare: “Mi ha ammazzato di botte“.

L’ex poliziotto viene portato al San Camillo. Conferma tutto anche ai carabinieri di Porta Portese.
Dopo settimane tra ospedali e cliniche, il suo corpo non regge più. La Procura parlerà di politrauma e di sindrome ipocinetica da allettamento. Il reato diventa omicidio volontario.

Dal tentato omicidio alla condanna definitiva

Inizialmente arrestato per tentato omicidio, Kevinda finisce a processo davanti alla Corte d’Assise di piazzale Clodio. Il pm Alessandro Lia chiede 24 anni. I giudici si fermano a 21. La difesa, rappresentata dall’avvocata Claudia Serra, annuncia battaglia: «A nostro avviso l’imputazione corretta sarebbe stata omicidio preterintenzionale. Attendiamo le motivazioni», sostiene il legale, contestando il nesso causale.

“Lui era un uomo buono, che ha sempre lavorato per gli altri. Questa sentenza non mi ridarà mio padre, ma almeno conferma che lo Stato non lo ha dimenticato”, dichiara il figlio. Una sentenza che non cancella il dolore, ma almeno fa giustizia.