Roma, Prenestina senz’acqua, scatta l’allarme ‘caro bottiglie’, l’allarme di FdI: “All’opera sciacalli”
Roma, una rottura della conduttura Acea in via Prenestina, all’altezza di Tor Tre Teste, ha lasciato senza acqua potabile diversi quartieri limitrofi e, nel giro di poche ore, l’emergenza si è trasformata in un terreno fertile per chi prova a farci soldi. A lanciare l’allarme sono alcuni esponenti di Fratelli d’Italia, che parlano di segnalazioni ripetute della presenza di sciacalli: grandi acquisti di bottiglie nei supermercati di zona e rivendita “a prezzi folli” nei piccoli esercizi di Roma Est.
“Sciacalli dell’occasione”: la denuncia politica e il nervo scoperto del quartiere
Nella nota firmata da Fabio Schiuma, Giusy Guadagno e Christian Belluzzo, il bersaglio è chi, approfittando dei rubinetti a secco, si muoverebbe come un intermediario improvvisato: svuota gli scaffali, poi rialza il prezzo dove la domanda è più disperata. È un racconto che in quartieri popolari e densissimi come quelli lungo la Prenestina trova terreno emotivo immediato: non stiamo parlando di un bene “in più”, ma della cosa più elementare che esista. E quando l’acqua manca, la percezione di ingiustizia si moltiplica più in fretta delle bottiglie.
Prezzi fuori controllo: quando l’emergenza diventa un affare
Qui sta il crescendo: l’acqua non è una merce qualsiasi. Se davvero qualcuno la rivende maggiorata sfruttando la paura e la necessità, il punto non è solo morale, ma sociale. La politica, infatti, mette in fila un concetto semplice: aumentare i prezzi per lucrare su un’emergenza può rientrare in comportamenti scorretti e, nei casi più seri, diventare materia per contestazioni anche pesanti. Tradotto: non è “furbizia di quartiere”, è una linea rossa che – se superata – trasforma l’urgenza di famiglie e anziani in un bancomat per pochi.
La richiesta ai Vigili: controlli mirati sugli esercizi e tolleranza zero
Fratelli d’Italia chiede al Comando della Polizia Locale di intensificare i controlli, puntando in particolare su quei piccoli esercizi che, secondo la nota, sarebbero “spesso non del tutto in regola”. Nel mirino finiscono soprattutto le attività dove, sempre secondo i firmatari, si registrerebbero irregolarità ricorrenti: rispetto degli orari, vendita di alcolici ai minorenni, occupazione del suolo pubblico e aspetti fiscali. È una chiamata alle armi in stile “Fatto quotidiano”: perché l’emergenza idrica passa, ma l’idea che qualcuno faccia cassa sulle fragilità di un quartiere resta, e brucia più a lungo.
Il punto politico (e quello umano): l’acqua non può diventare un privilegio
La vicenda racconta una verità spietata: basta poco perché un disservizio diventi una frattura di fiducia. Se l’acqua manca e qualcuno la trasforma in bene di lusso, non è solo un problema di prezzi: è un corto circuito tra bisogno e potere, tra chi può comprare e chi no. Per questo la richiesta di controlli – al di là degli slogan – intercetta un sentimento reale: quando il bene essenziale viene “monetizzato”, la città si sente tradita due volte. E Roma Est, in giornate così, non chiede comizi: chiede normalità, regole e un rubinetto che torni a fare il suo mestiere.