Roma proroga la tendopoli di Tiburtina, ma i fondi del Giubileo sono finiti, pagano i romani: ecco quanto
Roma, la tendopoli di accoglienza davanti alla Stazione Tiburtina, nata dentro il perimetro del Giubileo 2025, resterà attiva fino al prossimo 16 dicembre, ma la gestione di questa proroga non viene coperta dalla linea di finanziamento giubilare. A pagare, stavolta, è il bilancio ordinario di Roma. E c’è un altro elemento che pesa: su questa proroga non risulta un voto della giunta Gualtieri, sebbene sia stato il sindaco ad inaugurarla, a inizio 2025. Ma una determina dirigenziale firmata dal Dipartimento competente che inseriamo in formato scaricabile alla fine di questo articolo. La scelta, dunque, non passa da un atto politico collegiale del Campidoglio, ma viene assunta sul piano amministrativo, con tutto il carico politico ed economico che questa decisione si porta dietro.
Le ultime news: la tenda resta, ma cambia il portafoglio
Roma non smonta la tenda di Tiburtina con la fine dell’Anno Santo, come anzidetto. Anzi, la tiene aperta ancora per mesi. La determina firmata a marzo (e pubblicata solo oggi, 13 aprile) prevede il servizio H24 per un massimo di 70 posti letto dal 1° aprile al 16 dicembre 2026. Per questo contratto vengono messi sul tavolo 639 mila euro per il servizio, quasi 7 mila euro per manutenzioni e oltre 10 mila euro per incentivi tecnici. In totale, più di 656 mila euro di soldi pubblici. Tutto sul bilancio comunale 2026.
Il punto, però, è politico prima ancora che contabile. Il progetto delle tensostrutture nasce come intervento del Giubileo. Sul portale ufficiale di Roma è descritto come progetto da 2,2 milioni di euro con “Risorse Giubileo 2025”. Ma nella stessa scheda il Comune scrive anche un’altra cosa decisiva: l’acquisto delle tensostrutture è una cosa, la gestione quotidiana è un’altra, e quest’ultima sarà finanziata con fondi per la spesa corrente. È esattamente il passaggio che oggi si vede a Tiburtina.
Dal Giubileo all’ordinario: cosa significa davvero
Tradotto dal burocratese. Le tende sono nate dentro il piano del Giubileo. La loro gestione, invece, adesso cammina con soldi ordinari del Campidoglio. Cioè con le risorse del Comune, con i soldi dei romani. E non si tratta di una scelta marginale. Il Campidoglio ha già fatto capire di voler tenere in piedi le tensostrutture anche oltre la fine dell’Anno Santo, presentandole come parte del nuovo sistema cittadino contro la grave marginalità. Dunque la proroga non è un incidente. È una linea politica. Solo che, in questo caso, la prosecuzione concreta del modello passa attraverso una determina dirigenziale e non attraverso un voto formale di giunta.
Ma una tenda è una risposta strutturale?
C’è, poi, un altro ordine di problema. Una città come Roma, Capitale d’Italia, può affrontare la marginalità estrema con strutture nate come risposta rapida, da bassa soglia, da emergenza? Oppure così si rischia di trasformare l’emergenza in un’abitudine amministrativa?
Le tensostrutture possono servire. Soprattutto quando intercettano persone che non entrano nei canali ordinari dell’accoglienza. Possono togliere qualcuno dalla strada, almeno per una notte. Possono dare un pasto, una doccia, un contatto con i servizi. Ma questo non basta a sciogliere il nodo di fondo. La povertà estrema non è una nevicata improvvisa. Non è un terremoto. Non è un evento eccezionale come un fiume che straripa e invade la città. È un fenomeno stabile. E un fenomeno stabile, per definizione, chiederebbe risposte stabili.
Il rischio è evidente. Se il modello-tenda viene prorogato di mese in mese, la soluzione temporanea diventa permanente senza dirlo mai davvero. E senza il coraggio di investire fino in fondo su strutture più solide, percorsi personalizzati, salute mentale, dipendenze, reinserimento e case.
A dicembre, sulla carta, si chiude. Poi si vedrà
Oggi la data scritta nero su bianco (daldirigente, non dal sindaco) è il 16 dicembre 2026. Questo significa che, allo stato degli atti, la tenda di Tiburtina ha una scadenza precisa. Dopo quella data, sulla carta, il servizio finisce. Per farlo proseguire servirà un altro atto. E quindi altra spesa pubblica.
Il punto finale, allora, è semplice. Un dirigente del Comune di Roma ha scelto di non archiviare il modello nato col Giubileo. Lo ha tenuto in vita. E per farlo ha spostato il conto sui cittadini. La questione non è solo quanto costa. Ma la questione è che idea di città rivela questa scelta: se una capitale europea affronta la fragilità cronica con una tenda che resta mese dopo mese, anno dopo anno, il problema non è più l’emergenza. È la ‘normalità’ che si è costruita attorno all’emergenza.