Roma, rissa per i soldi in un ristorante cinese: spari nella notte sulla Casilina, un ferito, 8 anni di condanna per tentato omicidio

Ristorante cinese

Doveva essere un chiarimento ed era pure intervenuto un paciere. E invece è finita con due colpi di pistola sparati e un uomo finito in ospedale. Sullo sfondo, un ristorante cinese nel quadrante est di Roma e una questione di soldi mai chiarita fino in fondo. A distanza di mesi, arriva la sentenza: otto anni di carcere per tentato omicidio.

La sparatoria nel ristorante sulla Casilina

I fatti risalgono alla notte tra il 7 e l’8 maggio 2024. Siamo in via Casilina, a Torpignattara, all’interno di un ristorante di proprietà di un cittadino di origine cinese. Le serrande sono abbassate, il locale è chiuso al pubblico. Secondo la ricostruzione dell’accusa, Chunfa C., 67 anni, incontra il ristoratore per parlare di denaro. Sul tavolo ci sarebbe la richiesta di una somma compresa tra 4 e 5 mila euro, avanzata con toni ritenuti minacciosi. Ma basta poco e le voci si alzano, poi si passa subito alle mani. Una rissa violenta, che coinvolge anche altre persone presenti nel locale.

Nel caos interviene Z. H., un connazionale, che prova a fare da paciere. Un tentativo disperato. La situazione, invece di calmarsi, precipita. Chunfa viene scaraventato a terra. Si rialza. E a quel punto estrae una pistola, mai ritrovata. Partono due colpi. Il primo si conficca nei pressi di un leggio in plexiglass. Il secondo sfiora l’orecchio di Z. H., il paciere, lo colpisce di striscio e finisce contro un monitor, per poi fermarsi nel muro. Il referto dell’ospedale San Camillo riporta una ferita al padiglione auricolare sinistro, con sette giorni di prognosi. E il locale, qualche giorno dopo, viene chiuso su ordine del Questore, per 7 giorni.

Le telecamere, la versione dell’accusa e quella della difesa

Le telecamere di sicurezza non riprendono l’intera scena, ma abbastanza da ricostruire i momenti cruciali. Quando le immagini tornano nitide, Chunfa è a terra. Poco dopo, l’intervento di Z.H. e l’esplosione dei colpi. Per la Procura non non ci sono dubbi. Il quadro accusatorio, sostenuto dal sostituto procuratore Stefano Opilio, parla di tentato omicidiolesioni e tentata estorsione. Reati che reggono fino alla sentenza.

Completamente diversa la linea difensiva. In aula, l’accusato giura che non si trattava di una vera arma da fuoco ma di una pistola a salve. Le ferite, sostiene, sarebbero state causate da un coltello che l’uomo avrebbe avuto nello zaino. Una tesi che vacilla anche alla luce della perquisizione nel suo appartamento. In casa gli investigatori trovano armi bianchedue bastoni avvolti nel nastro, uno lungo quasi novanta centimetri. «Mi servono per difendermi», spiega l’imputato, parlando di precedenti tentativi di furto. Una giustificazione che non convince i giudici.

Il tribunale decide per una linea dura: otto anni di reclusione per tentato omicidio, oltre agli altri reati contestati. Una sentenza che chiude il primo capitolo giudiziario di una vicenda nata per soldi e finita a colpi di pistola. La difesa, però, non si arrende. Gli avvocati Alessandro Fantappiè e Cinzia Li annunciano il ricorso in appello.